Il mondo si divide in due categorie di diversa ampiezza… quelli che non hanno mai sentito parlare di Jan Švankmajer e quelli che hanno visto i suoi lavori e sanno di essersi trovati faccia a faccia con un genio

Anthony Lane – The New Yorker

Non sono in molti a conoscere l'opera e il pensiero di Jan Švankmajer, regista e sceneggiatore ceco che ha influenzato mostri sacri della cinematografia contemporanea come l'ex Monty Piton Terry Gilliam (il quale ha inserito il cortometraggio Dimension of Dialogue tra i dieci film d'animazione più belli di sempre) e lo statunitense Tim Burton, ed ecco perché l'ultima monografia realizzata da Moviement -pubblicazione di cultura cinematografica- giunge quasi "necessaria", così com'era accaduto con la terza pubblicazione del magazine, dedicata a Kira Muratova, regista, sceneggiatrice ed attrice ucraina, vittima di un terribile ostracismo da parte dell'Unione Sovietica. Nel caso di Švankmajer, però, la diffusa ignoranza (nel senso più puro del termine) rispetto alla sua produzione è dovuta principalmente al fatto che il regista ceco si è occupato essenzialmente di cortometraggi (e di animazione per giunta!); come poteva sperare d'essere "visto" da una critica cinematografica storicamente poco interessata alla forma del corto e al genere d'animazione?

Fortunatamente, esiste una certa critica cinematografica -tra cui siamo felici di inserire lo staff di Moviement- che non si schiera allineata e compatta al seguito del pensiero dominante ed ha il coraggio di compiere scelte decisamente anti-commerciali, dettate dalla passione e dalla reale esigenza di raccontare il "genio" cinematografico, ovunque si trovi e al di là delle "classifiche ufficiali" stilate dai critici che "fanno opinione". Infatti, come si legge nell'editoriale che apre lo studio monografico dedicato a Švankmajer, il regista ceco è uno dei pochi artisti viventi che lavorano nel cinema che si merita il termine abusato di "genio" e, per tanto, chiunque si interessi di cinema non può esimersi dal venire a contatto con la sua opera.

Jan Švankmajer - moviement

La monografia dedicata a Švankmajer è il sesto volume delle pubblicazioni Moviment ed arriva a seguito di studi critici dedicati, nell'ordine, a David Lynch, Terrence Malick, Kira Muratova, l'Horror Made in Italy e Quentin Tarantino. Il volume si apre con un bell'editoriale scritto dai due direttori editoriali della rivista: Gemma Lanzo e Costanzo Antermite. Lo scopo di quest'editoriale è quello di far comprendere al lettore, fin dalle prime battute, che Jan Švankmajer non è affatto un autore di nicchia o, diononvoglia, "minore", ma si tratta di un artista tra i più importanti del ‘900, che si è formato studiando la poetica dei grandi padri del cinema tra cui Ejzenštein, Vertov, Méliès, Fellini ma, soprattutto, attingendo all'opera e all'esperienza di Charles Bowers, disegnatore, attore ed autore comico, tra i padri del surrealismo cinematografico. Ma nella formazione di Švankmajer ha avuto enorme rilevanza anche la passione per uno dei nostri artisti più amati e celebrati, un visionario a dir poco: Giuseppe Arcimboldo.  L'editoriale conclude la presentazione del personaggio evidenziando l'enorme influenza che egli ha avuto su alcuni dei registi più talentuosi del momento, e chiude con l'anticipazione dell'argomento che sarà al centro della monografia numero sette: i Cohen Brothers.

Segue un bellissimo saggio di Luigi Castellitto dal titolo Dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente, un'ampia analisi nella quale si indaga fino in fondo la poetica dell'artista Švankmajer e si compie un esaustivo excursus sulla vita e le opere del maestro praghese: dall'esordio del 1964 con il cortometraggio L'ultimo numero del signor Schwarzewald e il signor Edgar (che viene definito da Castellitto "teatro delle marionette umane) fino a Lunacy (2005), lungometraggio in cui sono rintracciabili le enormi influenze che autori come Poe e il Marchese de Sade hanno avuto sul regista. Tra i passaggi più interessanti, segnaliamo l'analisi del primo lungometraggio di Švankmajer, Alice (1987), in cui Castellitto evidenzia l'enorme ossessione del regista per "quel mondo che fa di fantasiosi sogni le sue fondamenta: l'infanzia".

alice

Il secondo saggio sulla figura di Jan Švankmajer è opera di David Sorfa e si intitola L'oggetto del film in Jan Švankmajer. Qui l'autore affronta un tema estremamente peculiare: prendendo in analisi due particolari opere della produzione di Švankmajer –Lunacy (2005) e Conspirator of Pleasure (1996)- Sorfa decide di dedicarsi all'esame di come Švankmajer affronta i temi della libertà assoluta, della repressione della civiltà e della manipolazione, il tutto allo scopo di far emergere "l'orrore filosofico" che permea l'opera del regista ceco. Si tratta di un saggio estremamente puntuale, analitico e a tratti illuminante, capace di offrire una panoramica intensa ed esaustiva riguardo il Pensiero di Švankmajer.

Jan Triska as the Marquis in Jan Svankmajer's LUNACY

Il terzo saggio, invece, si concentra su un aspetto assolutamente lapalissiano dell'opera di Švankmajer, ovvero la strettissima connessione che esiste tra il suo lavoro e le storie di Edgar Allan Poe, ed anche stavolta ci troviamo di fronte ad un'analisi di altissimo livello. Il saggio in questione di intitola Il domani potrebbe salvarti ed è stato scritto da Timothy R. White ed Emmet Winn. Il succo dell'analisi riguarda la disamina di come Švankmajer sia stato capace di incamerare l'immaginario tipico di Poe, inserendolo però in un contesto diverso e  riuscendo, con il proprio stile e le proprie tecniche, a creare nuovi significati. Il saggio si concentra, per ovvie ragioni, sui lavori del maestro praghese liberamente ispirati all'opera di Poe, come La caduta di casa Usher o Il pozzo, il pendolo e la speranza,  evidenziando come -ogni volta- Švankmajer fosse capace di non rispettare fino in fondo la storia e le dinamiche descritte da Poe, pur riuscendo a restituire -sempre- un'atmosfera straordinariamente vicina a quella che caratterizzava l'opera del maestro della suspense.

la caduta di casa Usher

In seguito, l'analisi dell'opera di Švankmajer si concentra sulla dichiarata influenza che il pittore Arcimboldo ha avuto su di lui. L'ottimo saggio in questione è opera di Michael O'Pray e si focalizza sul primo periodo di produzione artistica del regista ceco, vale a dire quello che ha anticipato la svolta surrealista e che può essere definito come "periodo manierista". Ed è proprio in questa fase che l'influenza di Arcimboldo si fa decisiva, prepotente, determinante.

Autumn

Il successivo studio, invece, potrebbe essere definito un "esercizio ludico con finalità euristiche", il suo titolo è Gioco con il DVD e l'autore è Adrian Martin. In questo saggio il lettore viene invitato a "giocare" con tre film Švankmajer in DVD. Lo scopo è quello di far sì che il lettore si concentri sul alcuni particolari della messa in scena operata dal maestro praghese allo scopo di comprendere sia la tecnica che il significato profondo che sottende il suo lavoro. Si tratta del contributo critico più inusuale di tutto il volume, un contributo che, proprio per la sua peculiarità, merita un'attenzione particolare.

Il sesto saggio del volume dedicato a Švankmajer lo dobbiamo a Michele Faggi e si intitola Discesa all'inferno e resurrezione. L'analisi si concentra pressoché esclusivamente sull'ultima opera del regista ceco, Surviving Life (2010), presentato in prima visione assoluta -fuori competizione- alla 67a edizione del Festival del Cinema di Venezia, e ne sviscera tematiche, ossessioni, influenze… Si tratta del saggio più squisitamente "filosofico" dell'intero volume, ove per filosofico si intende proprio "amore per la conoscenza", il che significa che questo particolare studio si è assunto l'onore di esaurire sia verticalmente che orizzontalmente l'intero universo che si cela dietro l'ultima opera di Švankmajer.

Il presente volume di Moviment termina con due straordinari contributi: da un lato una gran bella intervista di Peter Hames al regista "oggetto" dello studio, in cui vengono fuori particolari molto interessanti della sua vita e del suo lavoro, dall'altro un decalogo cinematografico redatto dallo stesso Švankmajer in cui il maestro praghese cerca di riassumere stile, convinzioni e trucchi in 10 regole essenziali, pur ammettendo di non averle -necessariamente- rispettate tutte.

"Perché le regole sono fatte per essere infrante (non eluse). Ma esiste un'altra regola che, se infranta (o elusa) è devastante per un'artista: non permettere mai che la tua opera d'arte renda servizio a niente altro se non la libertà" [Jan Švankmajer]