Molti ritengono che il Neorealismo italiano sia iniziato con “Roma città aperta”, di Roberto Rossellini, del 1945. In realtà, due anni prima, uscì “Ossessione”, di Luchino Visconti, con Clara Calamai e Massimo Girotti, ed è da quel momento che la cinematografia italiana cambia rotta, lasciandosi alle spalle i film patinati dei “telefoni bianchi”, per aprirsi a storie di gente delle classi più povere, con grandi piani sequenza girati in continuità, spesso assoldando attori non professionisti, che riflettevano i disagi della situazione sociale ed economica del dopoguerra, portando lo spettatore direttamente nelle vite dei protagonisti. Il neorealismo di Visconti è tragico, molto cupo, scava nelle vite misere dei personaggi raccontati sul grande schermo, fissando la camera addosso come un enorme faro che quasi costringe lo spettatore a prendere parte alle sue sofferenze, senza usare alcun artificio estetico. Oltre ad “Ossessione”, il maestro ci ha regalato pietre miliari come “La terra trema”, “Bellissima”, “Rocco e i suo fratelli” e “ Il Gattopardo”, capolavori che non ci stancheremo mai di vedere.

Le nobili origini e la rivista “Cinema”.

Il regista è nato a Milano il 2 novembre del 1906 e si è spento a Roma il 17 marzo del 1976. Di origini nobili – il padre era il duca Giuseppe Visconti di Modrone e la madre Carla Erba, proprietaria della grande casa farmaceutica italiana – Visconti era conte di Lonate Pozzolo e, proprio grazie al suo status, ebbe modo di frequentare importanti personalità dell’epoca. Dopo aver frequentato il liceo classico Berchet di Milano e il Dante Alighieri, Visconti studiò il violoncello e si appassionò alla lirica e al melodramma. A 30 anni, inizia a lavorare, a Parigi, come assistente alla regia di Jean Renoir, regista noto per il suo realismo e per le posizioni comuniste. Visconti ne segue la scia, anche politica e, dopo qualche anno vissuto ad Hollywood, torna a Roma, nel 1939, aggiungendosi al gruppo di intellettuali della rivista antifascista “Cinema”.

“Ossessione” e “La terra trema”.

Il suo esordio al cinema risale al 1943 con “Ossessione”, ispirato al romanzo “Il postino suona sempre due volte”, di James M. Cain. Visconti racconta la storia del giovane vagabondo Gino (Massimo Girotti), che viene ospitato nella casa del proprietario di una trattoria di campagna. Tra il giovane e Giovanna (Clara Calamai), la moglie del padrone di casa inizia una relazione e i due decidono di fuggire. La donna però all'ultimo momento non se la sente e decide di mettere fine alla cosa. Dopo qualche tempo, i due si rivedono e la passione riesplode più forte di prima, anche se purtroppo il destino sarà tutt’altro che benevolo nei loro confronti. Visconti inaugura, in questo modo, il neorealismo italiano e ci fa vedere, con violenza, la storia di amore, passione e morte di questi due modelli di esistenza piccolo-borghese che sognano un futuro diverso, perchè ingabbiati in stereotipi (fascisti) che non vogliono, ma che comunque restano sconfitti. Dopo varie diatribe legate alla collaborazione attiva di Visconti nelle fila della Resistenza italiana, nel 1948, gira “La terra trema”, dramma ispirato a “I Malavoglia”, di Giovanni Verga. Nel film, la lotta individuale è bloccata dalla società classista e capitalista e Visconti aggiunge anche la sua personale impronta sentimentalista.

Le donne protagoniste di “Bellissima” e “Siamo donne” e il dramma storico “Senso”.

Nel 1951 esce “Bellissima”, con Walter Chiari e Anna Magnani. L’attrice è Maddalena Cecconi, moglie di un capomastro romano, che tenta di far entrare sua figlia Maria, di otto anni, nel mondo del cinema e l’accompagna a Cinecittà per un provino. Qui conosce Alberto Annovazzi (Walter Chiari) che dopo averle spillato dei soldi per raccomandare la figlia, tenta anche di abusare di lei. La bimba passa il provino, ma la donna capisce di aver strumentalizzato sua figlia per sfogare le proprie frustrazioni e non firma il contratto. Nel 1953 gira “Siamo donne”, pellicola divisa in cinque parti in cui il regista racconta episodi della vita comune di quattro attrici famose (Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda e Anna Magnani), viste, quindi, senza alcun divismo. L’anno dopo è la volta del dramma storico “Senso”, suo primo film a colori, con Farlet Granger e Alida Valli, al quale collaborano come assistenti alla regia Francesco Rosi e Franco Zeffirelli. Marcello Mastroianni e Maroa Schell sono, invece, i protagonisti di “Le notti bianche”, storia d’amore irrisolta che termina con la solitudine e la rassegnazione.

Il successo di “Rocco e i suoi fratelli”.

Il 1960 è l’anno della sua consacrazione. Esce, infatti, “Rocco e i suoi fratelli”, dramma incentrato sulla storia di Rosaria (Katina Paxinou), una vedova che decide di lasciare il suo paese della Lucania per cercare fortuna a Milano, dove vive il figlio maggiore Vincenzo (Spiros Focas). Una volta lì, l’uomo cercherà d’introdurre i suoi fratelli Simone (Renato Salvatori), Rocco (Alain Delon), Ciro (Max Cartier) e Luca (Rocco Vidolazzi) nel mondo del pugilato. Le scaramucce d’amore e di lavoro tra Simone e Rocco precipiteranno, fino all’arresto del primo e alla gloria del secondo proprio nel pugilato.  Visconti ci porta in un periodo storico particolare e focalizzando l’attenzione sul dramma dell’emigrazione meridionale durante il boom economico, dove  sogni diventano dura realtà e le speranze si tramutano in necessità. La pellicola è un successo mondiale e riesce a portare a casa il Leone d’Argento al Festival di Venezia, il David di Donatello al Miglior produttore, 3 Nastri d’Argento e 1 Globo d’Oro ai Migliori costumi.

“Il Gattopardo” e la gloria internazionale.

Nel 1962, Visconti, assieme a Vittorio De Sica, Federico Fellini e Mario Monicelli, gira “Boccaccio ‘70”, e a lui viene affidato l’episodio “Il lavoro”, con Tomas Milian, Romy Schneider e Romolo Valli. Nel 1963, esce quello che viene ritenuto, da tutti, il suo più grande capolavoro, “Il Gattopardo”. La pellicola, tratta dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d'oro come miglior film al Festival di Cannes, ha come protagonisti Claudia Cardinale, Burt Lancaster e Alain Delon ed è ambientata nel 1860, durante lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, dove Visconti inserisce la storia d’amore tra Tancredi e Angelica. Il film segna una sorta di flessione del regista verso quel mondo aristocratica a cui appartiene, fondendo storicità, politica e sentimento, raggiungendo la perfezione dei dettagli che ha sempre cercato, anche nei film precedenti, ambientati in contesti opposti. Tutto ciò, gli fa vincere la Palma d’Oro a Cannes, il David di Donatello come Miglior produttore e ottenere una nomination agli Oscar per i Migliori costumi.

La “Trilogia tedesca” e “Gruppo di famiglia in un interno”.

I film successivi non ottengono lo stesso successo dei precedenti. Il dramma incestuoso “Vaghe stelle dell’Orsa”(1965) – Leone d'Oro al Festival di Venezia – e “Lo straniero”(1965) sono ancora dissertazioni sulla solitudine e l’ambiguità dei comportamenti sociali. Con “La caduta degli dei” inizia, invece, la “Trilogia tedesca”, che sarà completata con “Morte a Venezia”(1971) e “Ludwig”(1972). Nel 1974 torna al mondo contemporaneo con “Gruppo di famiglia in un interno”, con Burt Lancaster nei panni di un professore 60enne che vive in un antico palazzo di Roma, circondato (volutamente) solo dai libri. La sua vita viene sconvolta dall’arrivo di una marchesa col suo giovane amante, e di sua figlia col fidanzato. L’intrusione del professore in quel gruppo termina presto, dato che l’uomo si accorge che sta tornando ad una vita e a relazioni umane che ha ripudiato. Il è molto apprezzato dalla critica e vince 5 Nastri d’Argento e 2 David di Donatello. L’ultimo film è “L’innocente”, del 1976, tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio. Visconti realizzò questa storia d’amore, gelosia, tradimenti e morte, ambientata nella Roma aristocratica del 1891, con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Jennifer O’Neill, Rina Morelli e Massimo Girotti, quando già le sue condizioni di salute erano molto precarie e, infatti, morì due mesi dopo il montaggio, per una trombosi.