Il 10 gennaio 1927, si teneva a Berlino la première di “Metropolis”, film muto diretto dell’austriaco Fritz Lang, che si pone come antesignano del cinema di fantascienza e come simbolo di quello espressionista. Lang ambienta la sua pellicola nel 2026, in un futuro distopico che vede la città di Metropolis governata da ricchi industriali che sfruttano gli operai, relegati a vivere come bestie nel sottosuolo cittadino. Joh Fredersen (Alfred Abel) è il più grande imprenditore/dittatore della città, mentre suo figlio, Freder (Gustav Fröhlich) vive in un sorta di giardino/harem circondato da bellissime donne. A turbare il tutto, arriva l’insegnante Maria (Brigitte Helm), che porterà Freder nel sottosuolo a vedere le condizioni disumane degli operai, alcuni dei quali muoiono anche davanti ai suoi occhi. Colpito, Freder ne parla a suo padre, che si preoccupa solo di non far spargere la voce delle morti. Freder abbraccerà la causa di Maria e dei suoi “fratelli” operai, andando contro suo padre. Quest’ultimo, però, farà rapire Maria e, per controllare gli operai, farà costruire, da uno scienziato, un cyborg sosia della donna. Intanto, gli operai preparano una colossale ribellione che sarà mediata proprio da Freder.

L’ispirazione di Lang e l’enorme investimento non recuperato.

Lang, all’epoca, aveva 37 anni e l’ispirazione per “Metropolis” gli venne durante una visita a New York, nel 1924. La città lo impressionò così tanto che decise di progettare quello che sarebbe stato il suo miglior film. La sceneggiatura fu scritta assieme a sua moglie Thea von Harbou e la produzione – affidata alla UFA Films – durò più di un anno e mezzo con un budget che sfiorò i 5 milioni di marchi, un investimento davvero enorme che, sfortunatamente, non fu recuperato (soprattutto in Europa fu un mezzo flop, anche se diventerà uno dei film preferiti di Adolf Hitler) dalla distribuzione, facendo andare la major, addirittura, in bancarotta.

“Metropolis”, tecniche all’avanguardia per la città dei simboli.

L’esperimento di Lang, comunque, resta un grandissimo capolavoro del genere, assolutamente impensabile a quei tempi. Il regista utilizzò tecniche all’avanguardia che gli permisero di creare mondi paralleli e città intere, fatte di palazzo collegati da ponti e passaggi, sfruttando fondali dipinti e un sistema di specchi inclinati che permettevano di dare nuove profondità e prospettive mai viste prima. Lang utilizzò anche la tecnica del “passo uno”, cioè le riprese effettuate per singoli fotogrammi, vale a dire una versione primordiale dello “stop motion”, molto usato nei film d’animazione, con centinaia di migliaia di pose per dare fluidità all’immagine. Gli effetti speciali furono supervisionati da Ernst Kunstmann, che, assieme al regista, seppe dare alle immagini forti simbologie (il Moloch che mangia gli umani, la Torre di Babele, i macchinari enormi che sovrastano gli operai e li rendono simili a larve) e un impatto visivo sconvolgente.

La critica e la teoria del capitalismo dietro “Metropolis”.

I critici dell’epoca non capirono i messaggi all’avanguardia e il valore culturale del film e “Metropolis” fu bersagliato aspramente da chi lo riteneva, addirittura, sciocco, banale, senza senso o troppo romantico. Tuttavia, la pellicola ha fatto da modello a film come “Blade Runner” di Ridley Scott; “Star Wars” di George Lucas ma anche di “Terminator”, “Superman”(la città si chiama Metropolis) e a tantissimi altri film dello stesso filone. La teoria più accreditata è quella che, attraverso le immagini fantastiche, Lang abbia voluto dare la sua visione di un capitalismo tirannico e opprimente verso il proletariato che si proietta, profeticamente, ai giorni nostri. Se pensate che tutto ciò è stato realizzato 90 anni fa, allora vi renderete veramente conto che Lang era un genio della settima arte e che “Metropolis” va catalogato tra le pietre miliari più grandi di sempre.