Il 15 agosto 1975 usciva nelle nostre sale “Amici miei”, film cult diretto da Mario Monicelli, che segna un punto di svolta con la commedia all’italiana tanto in voga in quegli anni. In realtà, il maestro Monicelli riprese un soggetto che apparteneva ad un altro grande del nostro cinema, Pietro Germi, che morì nel 1974, non avendo il tempo per portarlo avanti. Infatti, nei titoli di testa, Monicelli decise di scrivere “Un film di Pietro Germi”, come omaggio alla sua memoria e al grande capolavoro che gli è stato lasciato. La pellicola ottenne un successo enorme, riuscendo a portare vincere un Globo d’Oro (Miglior attore rivelazione a Duilio Del Prete), tre Nastri D’Argento (Miglior produttore, Miglior soggetto e Migliore sceneggiatura) e due David di Donatello (Miglior regista a Monicelli e Migliore attore protagonista a Ugo Tognazzi).

“Amici miei”: lo spartiacque della commedia all’italiana.

Fino a quel momento, la commedia all’italiana era stata caratterizzata da film brillanti, caratterizzati dalla satira di costume, l’ambientazione borghese, basati su sceneggiature che attingevano a piene mani dalla realtà (per questo si parlava di neorealismo), cogliendo tutti i maggiori vizi e virtù degli italiani. Alcuni dei titoli più noti appartengono proprio a Mario Monicelli, come “Guardie e ladri”(1951), “I soliti ignoti”(1958), “La grande guerra”(1959), “Il vedovo”(1959), “L’armata Brancaleone”(1966) e a Pietro Germi, regista di film cult come “Divorzio all’italiana”(1962), “Sedotta e abbandonata”(1964), “Signor & Signori”(1965), virando poi verso la commedia sexy negli anni successivi.

Altri grandi registi che hanno contribuito a quel successo furono Dino Risi, Luigi Comencini, Luciano Salce, Nanni Loy, Luigi Zampa, Ettore Scola, mentre gli attori e le attrici che popolavano quei gioielli in celluloide sono stati, tra gli altri, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Sophia Loren, Totò, Franca Valeri e altre decine di star immortali del nostro panorama cinematografico. “Amici miei” s’inserisce in questo contesto, spaccandolo in due, ponendo uno spartiacque enorme tra il prima e il dopo, un confine fissato al 1975, dopo il quale c’è stata una svolta totale.

Zingarate, supercazzole e humour nero.

La regista Maria Sole Tognazzi, figlia di Ugo, rivelò, nel documentario “Ritratto di mio padre”, del 2010, che la pellicola è ispirata a fatti realmente accaduti e persone esistite veramente, ma con altri titoli e nomi, nella Livorno degli anni ‘30. La storia, che ha come protagonisti il nobile decaduto Raffaello “Nello” Mascetti (Ugo Tognazzi), l’architetto Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), il giornalista Giorgio Perozzi (Philippe Noiret) e il commerciante Guido Necchi (Duilio Del Prete), ai quali si aggiungerà anche il primario Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi), che si riuniscono, in una bellissima Firenze, per passare insieme momenti di puro cameratismo, è semplicemente perfetta.

Gli amici – tutti più o meno sui 50 anni – danno vita alle ormai celeberrime “zingarate” e alle “supercazzole”, giro di parole senza senso dette, ad ignare vittime, come fossero concetti logici e seri, sono diventati veri e propri neologismi della lingua italiana. I loro scherzi – celeberrima è la scena degli schiaffi ai passeggeri di un treno o i mille dispetti fatti al pensionato Nicolò Righi – sono entrati nella storia del cinema. La peculiarità di “Amici miei”, però, è racchiusa nel fatto che non c’è un lieto fine e l’atmosfera goliardica è permeata da uno humour nero, forse non percebile sin dall’inizio. In una società dove prevalgono l’egoismo e l’ambizione ad un benessere borghese fatuo,  gli amici si sentono autorizzati a burlarsi di tutto e tutti, perchè il mondo intorno, ormai, non da più alcuna affidabilità o via alternativa, e non è più possibile cambiarlo. Il loro gruppo diventa una sorta di microcosmo privato in cui rifugiarsi, che li aiuta anche a sdrammatizzare lo spettro della vecchiaia.

Il gruppo, l’amicizia, il concetto di cameratismo, la ricerca esistenziale dei personaggi sono tutte tematiche care a Monicelli e a Germi, sviluppate già nei loro film precedenti, e qui portate all’estremo. Lo humour nero, l’illusione e la precarietà di quella condizione, fanno terminare la pellicola con un climax che, per certi versi, rappresenta anche la morte di un genere di commedia che, da quel momento in poi, si diramerà in direzioni diverse.

La sfortunata storia dei sequel.

L’idea di farne dei sequel, come nella maggior parte dei casi purtroppo, è stata tutt’altro che positiva. Fatta eccezione per il secondo captiolo, “Amici miei – Atto II”, uscito nel 1982 sempre diretto da Monicelli con gli stessi protagonisti (ad esclusione di Perozzi), che riesce a conquistare il botteghino, anche se la vena pessimistica ha il predominio su quella goliardica, gli altri due film sono stati deludenti. “Amici miei – Atto III”, diretto da Nanni Loy nel 1985 sposta le avventure a Villa Serena, dove gli amici, che hanno superato la sessantina, sono ospitati e attuano i loro scherzi. La critica ritenne che, ormai, le trovate comiche fossero superate e ripetitive, sfigurando altamente con i due film precedenti di Monicelli.

A dare il colpo di grazia ci pensa Neri Parenti, nel 2011, con “Amici miei – Come tutto ebbe inizio”. Il regista fiorentino porta sul grande schermo un prequel, ambientando le avventure di cinque amici – Jacopo (Paolo Hendel), Duccio (Michele Placido), Manfredo (Massimo Ghini), Cecco (Giorgio Panariello) e Filippo (Christian De Sica) – nella Firenze del ‘400. Durante un’epidemia di peste, tutta la popolazione del capoluogo toscano si barrica in casa, così il gruppo ne approfitta per mettere in atto le famose “zingarate”. La critica lo ha, praticamente, distrutto, accusandolo, principalmente, di non aver colto minimamente il lato “cupo” e amaro delle commedie precedenti, e che il film fosse stato girato solo per puri scopi commerciali.