Prima di tutto una rassicurazione: l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa sarà un tracollo per l’industria del cinema locale ma non per la creatività, quella non la ferma nessuno. Noi spettatori non sentiremo molto l’influsso della Brexit, perché i registi, gli sceneggiatori e gli attori inglesi più importanti troveranno comunque valvole di sfogo, andranno a lavorare altrove. A sentire l’influsso dell’uscita dall'unione sarà invece l’economia inglese, perché l’Europa è ovunque, specie quando si parla di cultura. Per il Regno Unito in particolare è il principale partner commerciale audiovisivo. O meglio “era”. Circa 52 catene di sale cinematografiche, la distribuzione di 84 film e poi anche festival, retrospettiva e imprese britanniche riguardanti l’audiovisivo per un totale di 227 hanno beneficiato, solo negli ultimi anni, di 40 milioni di euro dei fondi di Europa Creativa. Ma anche se si guarda un po’ più indietro tra dal 2007 e il 2013 il Regno Unito ha usufruito di 100 milioni di euro di fondi per il cinema, tutti soldi e agevolazioni a cui non potrà più attingere. Questo è il primo e più grande problema che Brexit pone all’industria britannica, ma non l’unico.

Crollo dei Pinewood Studios, la Cinecittà di Londra.

Non solo si gireranno molti meno film stranieri ambientati in Gran Bretagna (o questa sarà ricostruita in digitale con green screen) ma non si gireranno lì nemmeno gli altri film. Ad oggi molte produzioni vanno a lavorare nel Regno Unito anche i film che devono produrre sono ambientati altrove, specie quelle americane. Questo avviene perché tasse, regole e regolamenti europei rendono conveniente per produzioni extra europee spostarsi e utilizzare maestranze britanniche. Assassin’s Creed o gli ultimi Star Wars sono solo l’ultimo esempio di film girati ai Pinewood Studios, la Cinecittà di Londra che Hollywood considera come una propria estensione oltreoceano. Di certo questo cambierà subito, vista l’instabilità della Sterlina, e poi definitivamente cambierà nei prossimi anni, quando entrerà in vigore la nuova regolamentazione. Da ora in poi, semplicemente, le grandi produzioni verranno girate altrove.

Un colpo da niente per noi che guardiamo, ma uno gigante per l’industria locale. Un film americano che viene a girare in una città o in uno studio sposta milioni, letteralmente. Lo sappiamo bene noi che in Italia negli ultimi anni stiamo accogliendo sempre più produzioni ad alto budget con evidenti benefici. Non a caso la Creative Industries Federation, cioè l’associazione che riunisce più di 1000 case di produzione e distribuzione britanniche (dalla Fox alla Aardman, fino a Disney, Lionsgate, Channel4 e NBC), alla quasi unanimità si era espressa per rimanere nell’unione. Ora tutte queste società sono tagliate fuori da fondi e dalla negoziazione di proprietà intellettuali come i grandi franchise del cinema. Male per loro, buono per tutti gli altri paesi europei che hanno un rivale in meno.

Serie tv salve, ma esposte maggiormente alla pirateria.

Quello che succederà per le serie invece è un altro paio di maniche ancora. Perché lì entrano in ballo questioni relative ai diritti televisivi e alla gestione dei diritti online. In questo contesto forse torneremo ad un periodo pre-anni '90, ovvero prima della grande età dell'oro delle serie anche britanniche, quando la serialità di matrice inglese praticamente non esisteva per noi. L'arrivo di grandi titoli come Sherlock o Black Mirror ha infatti coinciso proprio con un nuovo regime di distribuzione delle proprietà intellettuali. Tutto questo decadrà e la pirateria diventerà probabilmente la scelta di molti Discorso a parte per Il Trono di Spade, che non è britannico ma che, avendo molti set in Inghilterra, usufruisce di fondi europei. È probabile tuttavia che prima che entri in vigore la nuova normativa la serie tv tratta dai libri di George R. R. Martin giunga la suo termine.

Vedremo meno film inglesi.

Sicuramente. Se ne faranno meno e quei pochi usciranno con più difficoltà dai propri confini. Secondo i calcoli di Screen International con la decisione resa nota stamattina il Regno Unito ha perso finanziamenti all’industria cinematografica nell’ordine dei 20 milioni di euro l’anno, un flusso di denaro che dal 2007 ad oggi ha ammontato a poco più di 1 miliardo di euro circa. Questo è il peso dell’UE nel cinema. Quello che il Financial Times ha definito “il divorzio più complesso del mondo” porterà dunque ad un nuovo equilibrio che oggi non possiamo conoscere, il Regno Unito negozierà una nuova posizione quindi nuove regole economiche entreranno in vigore, ma si parla di diversi anni da oggi. Anni in cui le produzioni e le distribuzioni devono continuare a lavorare e soprattutto a pianificare con uno spettro non da poco sulle spalle. Di sicuro le conseguenze non saranno le stesse per tutte le produzioni.

Mentre le grandi produzioni come 007 possono vantare finanziamenti in grado di sostenerne la circolazione a prescindere da tutto, perché sono film che garantiscono un grande ritorno commerciale, le opere di piccolo o medio budget potrebbero girare con molta più fatica. Non ci verranno quindi a mancare le grandissime coproduzioni britanniche (almeno quelle già in piedi) come Animali Fantastici e Dove Trovarli o anche prodotti autoctoni come il sequel di Trainspotting, ma con molta fatica vedremo i film di Mike Leigh, le spensierate commedie britanniche, i documentari come Amy, film per bambini come Shaun Vita da Pecora o l'orsetto Paddington e via dicendo. Tutto ciò che proviene dal Regno Unito senza una grande produzione alle spalle, non potendo usufruire del libero mercato e dei finanziamenti, avrà un costo maggiore che difficilmente i distributori italiani vorranno affrontare se non certi di un successo.

Il bicchiere mezzo pieno.

Di contro gli inglesi stessi inevitabilmente, almeno per i primi tempi, produrranno meno film. I fondi europei sono stati fondamentali per troppo tempo e nel momento in cui questi verranno tagliati bisognerà attendere l’arrivo di un nuovo sistema di sussidio per ricominciare a produrre con i ritmi di oggi. Difficilmente poi, vista la situazione di recessione economica in cui è probabile che il paese sprofondi, questi saranno buoni e generosi come i fondi europei. Però l'arte è strana, ha bisogno di denaro ma prospera proprio nelle difficoltà e nelle situazioni di scarsità. Il cinema in particolare ha tutto un rapporto fruttuoso con la crisi, alcuni dei periodi migliori sono stati legati al dopoguerra italiano, al tracollo americano degli anni '30 o alla guerra in Vietnam, alla Germania post prima guerra mondiale e via dicendo. La speranza è che la carestia di fondi stimoli la creatività e l’emergere di nuovi registi, una generazione senza senza aiuti e determinati a fare film nonostante tutto.