È stato spalla di tanti film con Totò, doppiatore di Oliver Hardy dopo Sordi, intenso interprete teatrale, attore di fiction. Ha lavorato con Vittorio De Sica, Sergio Citti e Luigi Magni (vincendo un David di Donatello per "‘O re"), è stato memorabile "cattivo" in un grande successo del recente cinema comico come "Tre uomini e una gamba". Tutto questo, e non solo, è Carlo Croccolo, classe  1927 e caratterista di razza della miglior arte recitativa italiana, che si racconta in un'intervista dolceamara su Repubblica, rievocando aneddoti ma anche rimpianti, ricordi dolorosi, momenti controversi.

"Castel Volturno posto di merda, Napoli è peggio"

Alla vigilia dei 90 anni, Croccolo, napoletano di nascita, vive a Castel Volturno con la moglie Daniela Cenciotti, ma non è affatto tenero con la sua terra e ammette la sua natura solitaria

Vivo qui da trent'anni. È un posto di merda. Ma ancora più di merda è Napoli. Perciò mi accontento. Cerco di non vedere. Non esco quasi più, non ho frequentazioni. Né amici. La sola persona presente è Daniela, mia moglie. Non so cosa farei senza di lei. È patetico dirlo. Ma è la semplice verità.

Un inizio tra l'ironico e l'amaro per uno che poco dopo rifiuterà l'etichetta di attore comico definendosi "il lato triste della comicità" . Studiò medicina senza prendere la laurea ("Il professore che avrebbe dovuto seguire la mia tesi mi considerava un cretino") per poi sbarcare a Roma nel 1947.

Su Totò: "Ero tra quelli che lo conoscevano meglio"

Nella sua carriera, significativo il sodalizio con Totò: "Credo di essere tra le persone che lo hanno conosciuto meglio. Era severo sul set e formale nella vita. Non aveva la malinconia che certi comici posseggono". Furono una decina i film interpretati al fianco del Principe della risata, che si ritrovò persino a doppiare in alcune scene, a causa dei suoi problemi di vista ("fu lui a propormelo"). Eppure, Croccolo confessa di non amare affatto né il mestiere d'attore, né gli attori stessi

La mia carriera di attore è asincrona. L'ho iniziata disprezzando gli attori. Gente futile, narcisista, spesso meschina. Ho fatto questo mestiere fondamentalmente per soldi. Guadagnavo in un giorno quello che mia madre insegnante guadagnava in un anno.

Tra le tante occasioni, anche un'incredibile cantonata: rifiutò una parte per "Lo sceicco bianco", ai tempi in cui "Fellini non era ancora nessuno (…) Chissà, diversamente, come sarebbe andata".

Il rapporto con il padre: "Un uomo che ho disprezzato"

Croccolo racconta anche particolari della sua infanzia e della vita familiare, a partire dalla sessualità precoce, "Quanto basta per turbare un bambino in presenza delle amiche di mia madre. I miei più lontani ricordi si legano a queste immagini rubate: la vista di una giarrettiera, un seno procace, l' orlo di un bicchiere stampato da un rossetto". Difficile il rapporto con il padre Gualtiero Croccolo, ebreo egiziano con "l'animo del truffatore", che un giorno ritrovò in Australia

Non lo vedevo da anni. Finimmo al ristorante con altra gente. Una mia amica seduta al tavolo mi chiese chi fosse quel vecchio signore che le sedeva accanto. Mio padre, risposi preoccupato. Allora dì a questo "rattoso" di togliere la sua mano dalla mia coscia se non vuole che gliela stacco a morsi. (…) Quando tornai in Italia la prima cosa che dissi a mia madre fu: grazie per averlo lasciato. È un uomo che ho disprezzato. Così come ho l'onestà di disprezzare me stesso.

La prigione: "Ero innocente, iniziai a drogarmi dopo"

Altro episodio controverso, Croccolo racconta di aver subito guai seri con la giustizia, che lo portarono fino in Canada

Me ne andai via dall'Italia dopo una vicenda con la giustizia. Fui arrestato per droga, restai in carcere per sei mesi e poi venni prosciolto. Come vicino di cella avevo il mostro di Nerola. Sei lunghi mesi da incubo. Il giudice voleva che facessi i nomi dei partecipanti a una festa. Dissi che non conoscevo nessuno e che mi ero trovato lì, in quel festino romano, per puro caso. Alla fine dovettero liberarmi. Io che non mi ero mai drogato, una volta uscito cominciai a fare uso di droghe pesanti. Era come se non avessi voluto far passare invano quei sei mesi di carcere. C'era in me un desiderio di autodistruzione. È durato un anno. Poi dissi che o smettevo o era meglio suicidarsi. Fu una situazione terribile. Mi feci perfino legare a un letto. E alla fine decisi di allontanarmi dall'Italia. Andai a vivere in Canada. Ho ricominciato una vita normale. Ho fatto il cameriere e se qualcuno mi riconosceva dicevo di non essere io. Mi liberai così dalla droga. Non c'è benessere, non c'è pace con lei. C'è solo l'ignominia. Questo andrebbe spiegato.

Infine, il chiarimento su un episodio leggendario: la presunta avventura con Marilyn Monroe, che incontrò a una festa a Hollywood in cui era stato invitato dal regista di "Come sposare un milionario" Jean Negulesco.

La Monroe, che si aggirava barcollante tra gli invitati con un bicchiere in mano, mi scambiò per un irlandese. Avevo i capelli rossi e il baffo spiovente. Le dissi che ero italiano, di Napoli. Rise. Aggiunsi che per un terzo ero ebreo. Mi guardò meravigliata e disse che si era convertita all'ebraismo. Parlammo ancora. Mi sembrò affaticata. Il volto, quel volto un tempo bellissimo, invecchiato. Di colpo vidi un' altra donna. Poi Negulesco, con cui aveva girato vari film, la portò via.

"Non sono un grande attore"

Oggi Croccolo, che rifiuta di essere definito una spalla per altri attori ("La spalla la vendono in macelleria. Diciamo che ho fatto l' attore di sostegno. Ho sostenuto Totò, anche umanamente") non è tenero né verso la società – "Mi dà fastidio la gente. Sto bene da solo. Ho un carattere infame, lo riconosco" – né verso il cinema comico odierno: "Grande comico è stato Troisi, forse perfino più di Totò. Grande Sordi che ha inventato il cattivo divertente. Oggi il solo che vedo a quelle altezze è Checco Zalone. Il guaio di molti odierni comici è di volersi sentire intelligenti, quando sono solo un po' stronzi". E un giudizio su se stesso?

Non mi sono mai sentito un grande attore. Non lo sono e non ho mai fatto niente per esserlo. Sono come quei cani randagi che Totò cercava, inutilmente, di raccogliere e accudire. Dico sempre: lasciatemi stare. L' insuccesso non mi ha mai scoraggiato. E il successo non mi ha mai montato.