Che fosse l’anno di Luca Marinelli era nell’aria ma il recente annuncio delle cinquine dei David di Donatello l’ha confermato. L’attore non solo è candidato a due premi, uno come miglior non protagonista per Lo chiamavano Jeeg Robot, l’altro come miglior protagonista per Non essere cattivo, ma in entrambi questi film, i più nominati in assoluto dell’anno, è anche lo snodo centrale del loro ritmo e del loro cuore. Con due criminali, uno proletarissimo e disperato, l’altro grottesco, ironico ed esagerato, ha segnato due film che proprio su quelle figure giocano gran parte della loro credibilità. Non si può dire che sia unicamente merito suo, ma è chiaro che intorno a entrambi i personaggi passi molta della gloria dei film che li contengono.

Con il massimo dell’autoriale e il massimo del popolare assieme, Luca Marinelli entra quest’anno ufficialmente nell’empireo degli attori italiani più importanti, anche se di fatto in quella categoria i più appassionati lo potevano annoverare da tempo. Già al suo esordio è una folgorazione, è un ruolo grande e atteso: nel 2010 è Mattia, uno dei due protagonisti di La solitudine dei numeri primi, nello stranissimo e ammaliante adattamento che ne ha fatto Saverio Costanzo. Con il regista italiano meno inquadrabile, Marinelli va al festival di Venezia, in un ruolo già conosciuto perché preso da un romanzo di grande successo. Lì è determinante. Mentre Alba Rohrwacher dimagrisce allo sfinimento, lui si sforma ingrassando, è quasi muto ma fa tutto con gli occhi (un suo tratto caratteristico). In quel film Marinelli lavorava di spalla, costruiva con lo sguardo il dramma della ragazza di cui in silenzio si innamora. Non si muove molto, non parla molto, la sua è una prestazione di “presenza” e ad oggi forse è la più difficile e riuscita della sua carriera.

Luca Marinelli e la recitazione attraverso lo sguardo.

Alla stessa maniera ma con toni opposti è livornese (benché nato a Roma) per Paolo Virzì in Tutti i santi giorni, film straordinario e anche straordinariamente fallimentare al botteghino. Di nuovo innamoratissimo di una donna, ma questa volta impacciato e ciarliero, è un’enciclopedia vivente di santi che fa il portiere in un hotel, nonostante la grande cultura. Al suo fianco c’è un’attrice esordiente (la cantante Thony), che con lui appare navigata esperta. Ancora una volta tutto il meglio viene dagli occhi, ci sono intere scene in cui il suo solo guardarla vale diverse parole, e proprio così, con la maniera in cui la guarda, noi capiamo l’importanza di quel personaggio nella storia e il senso che avrà l’intreccio finale. Quando si dice un attore che lavora “per il film” e non per se stesso, cioè per far funzionare meglio la storia.

Luca Marinelli in La solitudine dei numeri primiin foto: Luca Marinelli in La solitudine dei numeri primi

Da La grande bellezza al successo di Lo chiamavano Jeeg Robot.

L’anno dopo è anche a Cannes (e poi all’Oscar) nell’avventura di La grande bellezza con un ruolo molto piccolo, quello del figlio malato di mente che si aggira nelle grandi stanze opulente della Roma di Sorrentino, nudo e dipinto di rosso. Prima ancora invece era un travestito di spalla in L’ultimo terrestre di Gipi, di nuovo al festival Venezia come del resto è capitato con Non essere cattivo, il film che ha anche rischiato di portarlo (da protagonista) agli Oscar. Lì è in coppia non più con una donna ma con un amico, Lorenzo Borghi, e finalmente torna al romano. Criminale drogato degli anni ‘90, in un film che vuole essere realista e attaccato alla verità tanto quanto cerca e trova la poesia, Marinelli dà fondo a tutto il repertorio. È allucinato quando deve, pericoloso, violento e ruvido, scostante e respingente quando serve ma, com’è esigenza di copione, sa anche trovare quella dolcezza inattesa che dà a Non essere cattivo la chiave di lettura fondamentale.

Infine, in un progetto che appariva minore e rischioso, Marinelli trova il successo di pubblico più cocente e probabilmente memorabile in Lo chiamavano Jeeg Robot. In quest'ultimo film è Lo Zingaro, ancora un criminale nello stesso anno di Non essere cattivo, ma di tono opposto. Niente realismo e niente poesia, dalla figura archetipa del bandito tira fuori un’altra dimensione ancora: il grottesco e il caricaturale. Lo chiamavano Jeeg Robot è un fumetto e Marinelli diventa fumetto, a differenza di Claudio Santamaria che, sebbene sia il protagonista, ha il compito di preservare l'aspetto realistico, recitando di sottrazione. Il suo ruolo, la sua maschera, le sue battute e i suoi occhi invasati (di nuovo), assieme alla presenza di superpoteri, sono quello che porta il film nel reame del fantastico e grazie a lui non solo ci arriva, ma ci sguazza alla grande.

Nel suo futuro ci sarà di nuovo Servillo.

Davanti a lui adesso ci sono due film sceneggiati dalla penna migliore del cinema italiano, ovvero quel Francesco Bruni, che già aveva scritto il suo Guido di Tutti i santi giorni. In uno, Tutto per una ragazza di Andrea Molaioli, veste l’imprevedibile ruolo del padre del ragazzo protagonista; nell’altro invece, Lasciati andare, reciterà con Toni Servillo e c'è da aspettarsi un'inevitabile prodezza attoriale.