Più di 50 film, due Oscar, 6 Golden Globe, 4 David di Donatello, un Leon d’oro alla carriera e una cascata di altri premi, fanno di Dustin Hoffman un vero e proprio pilastro di Hollywood. L’attore compie 80 anni l’8 agosto e, partendo da “Il laureato”(1967), di Mike Nichols, ha messo la quarta e non si è più fermato, macinando un successo dopo l’altro, lavorando con i più grandi attori e registi di sempre e attraversando 50 anni di storia del cinema.  Per rendere omaggio a questo straordinario e instancabile divo, ecco 7 suoi cult che vanno rivisti milioni di volte.

“Il laureato”(1967)

Il film di Mike Nichols usciva 50 anni fa ed è, ancora oggi, forse il maggior cult di Dustin Hoffman, all’epoca appena 30enne. La storia, basata sul romanzo di Charles Webb, ha come protagonista Benjamin Braddock (Hoffman), rampollo di facoltosa famiglia che torna a casa dopo aver terminato il college. Per l’occasione, gli amici danno un party in suo onore, ma lui è quasi infastidito, perché preoccupato per il futuro, e si chiude in camera. Lo raggiungerà la signora Robinson (Anne Bancroft), amica di famiglia, che gli chiede di accompagnarla a casa. Una volta lì, tenta di sedurlo, ma non ci riesce. In seguito, però, Benjamin e Mrs Robinson diventano amanti. La relazione termina quando il giovane conosce Elaine (Katharine Ross), la figlia dei Robinson. La mamma, però, non ci sta e rivela tutto alla figlia, che pianta in asso Benjamin per sposare il ragazzo che i genitori avevano già scelto per lei. A quel punto, a Benjamin non resterà altro che giocare la sua ultima carta e recarsi in chiesa durante la cerimonia. Bellissimo ritratto del malessere giovanile e l’incertezza del futuro dell’epoca, con un Hoffman quasi debuttante e una trama molto pruriginosa per l’epoca, che fece storcere qualche naso. Spettacolare e mitica la colonna sonora di Simon & Garfunkel. Mike Nichols riuscì a portare a casa l’Oscar alla Migliore regia (su sette nomination) ma il film vinse anche 5 Golden Globe: Miglior film commedia o musicale, Migliore regia, Miglior attrice in un film commedia o musicale (Anne Bancroft), Miglior attore debuttante (Hoffman) e Miglior attrice debuttante (Katharine Ross).

“Un uomo da marciapiede”(1969)

Lo scandaloso (per l’epoca) “Un uomo da marciapiede”, diretto da John Schlesinger, fece molto scalpore per la trama e per alcune scene alquanto spinte. Al centro c’è la storia di Joe Bucker (Jon Voight), un texano stanco della vita da lavapiatti, che arriva a New York con l’intenzione di guadagnarsi da vivere come gigolò. Un giorno, incontra Enrico Salvatore Rizzo, detto “il Sozzo”(Hoffman), un italo-americano zoppo che si guadagna da vivere truffando la gente. I due diventeranno amici e si aiuteranno vicendevolmente nelle loro “attività”, tra mille difficoltà, soprattutto legate allo stato di salute di Rizzo, sempre più preoccupante. I bassifondi di New York sono scandagliati con una lucidità impressionante da Schlesinger, che ce li pone davanti con crudezza e violenza, ma anche con estremo realismo. Grandissimi Voight (al suo esordio) e Hoffman, due anime allo sbando in cerca di riscatto e di rinascita dalla melma in cui vivono. L’Academy lo premiò con tre Oscar – Miglior Film, Migliore regia e Migliore sceneggiatura non originale – mentre i due attori furono entrambi nominati nella categoria Miglior attore protagonista.

“Cane di paglia”(1974)

David Summer (Hoffman), è un matematico americano, che si trasferirà con la moglie, in un villaggio della Cornovaglia per dedicarsi ai suoi studi. Presto, però, David si ritroverà vittima di alcuni uomini della zona, che inizieranno anche a fare delle avances alla moglie. La situazione degenera quando questi delinquenti violentano Amy e s’introducono nel cottage. Sarà allora che la furia sopita di David prenderà il sopravvento. Il regista Sam Peckinpah è molto bravo a narrare l’escalation della violenza del “cane di paglia” David, uomo calmo e pacifico che si ritroverà costretto ad esplodere perché violentato dalla vita stessa e dalle relazioni sociali, che macchieranno la sua anima benevola. Un capolavoro che va rivisto mille volte per ammirare un Hoffman veramente superlativo.

“Kramer contro Kramer”(1979)

Robert Benton è il regista di questo stracult che racconta la storia di Ted Kramer, un agente pubblicitario ossessionato dal suo lavoro che, un giorno, viene lasciato dalla moglie Joanna (Meryl Streep), ritrovandosi da solo col figlio Billy (Justin Henry). Da quel momento, la vita di Ted cade nel baratro e la situazione precipita quando Billy si ferisce ad un occhio gravemente e Joanna userà l’accaduto in tribunale per riavere il piccolo. Il tribunale affida la custodia di alla madre che, però, dopo un primo periodo di risentimento, non se la sente di dividere Ted dal bambino e depone l’ascia di guerra. Benton è un maestro nel raccontare i fatti di vita quotidiana sul grande schermo e stavolta col divorzio dei Kramer è entrato, di diritto, nella storia del cinema. Nel dramma del padre Ted si possono identificare milioni di persone e la sceneggiatura scritta sempre dal regista ne risalta tutti gli aspetti, anche quelli più crudi. La pellicola riuscì a vincere 5 Oscar (Miglior film, Migliore regia, Miglior attore protagonista a Dustin Hoffman, Migliore attrice non protagonista a Meryl Streep e Miglior sceneggiatura non originale), ma anche 4 Golden Globe e 2 David di Donatello oltre ad altre decine di premi in tutto il mondo.

“Tootsie”(1982)

“Tootsie”, la commedia delle commedie, è diretta da Sydney Pollack e, sinceramente, dubitiamo che qualcuno non l’abbia mai vista. Per quei pochissimi, la storia è quella di Michael Dorsey (Dustin Hoffman), un ottimo attore di teatro che, a causa del suo carattere non proprio semplice, non riesce ad essere scritturato. In preda alla depressione, si guadagna da vivere facendo il cameriere, finchè un giorno si troverà a fare un provino vestito da donna, col nome di Dorothy Michaels, ottenendo il ruolo di una direttrice di ospedale in un famoso serial televisivo. Il successo è immediato ma la situazione degenera quando Michael s’innamora della collega Julie (Jessica Lange) ed è costretto a rivelare la sua vera identità, sconcertando il pubblico che si riterrà ingannato. Girato con un budget ridottissimo, il film poggia interamente sulla bravura interpretativa di Dustin Hoffman (che figura anche come produttore), camaleonte che non smette mai di stupire, dall’inizio alla fine, grazie anche a dialoghi eccezionali, frutto del genio degli sceneggiatori Larry Gelbart e Murray Schisgal. L’attore riuscì a portare a casa uno dei 3 Golden Globe, come Miglior attore in un film commedia o musicale ma non l’Oscar, andato invece a Jessica Lange come Migliore attrice non protagonista. Misteri dell’Academy.

“Rain Man – L’uomo della pioggia”(1988)

Lo straordinario film drammatico di Barry Levinson, vincitore di quattro Oscar (Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista a Dustin Hoffman e Miglior sceneggiatura originale) racconta la storia di Charlie (Tom Cruise), un commerciante di auto di lusso pieno di debiti, che in giorno scopre che l’eredità del padre è andata tutta al fratello maggiore Raymond (Dustin Hoffman). Quest’ultimo, vive da più di 20 anni in una clinica perché affetto da autismo e Charlie tenterà di portarlo via per diventare il tutore e spillargli i soldi. Man mano che i due viaggiano assieme, iniziano a conoscersi e ad amarsi e, dopo una vincita a Las Vegas, i piani di Charlie cambieranno radicalmente. Un'altra delle performance storiche di Hoffman che qui supera se stesso, portando a casa uno dei quattro Oscar assegnati al film, non forzando mai la mano, e dando un ritratto di un personaggio autistico pieni di vita e di grandi qualità, che da una dura lezione al venale fratello, dimostrando che i sentimenti, quelli puri e veri, vanno oltre oltre eredità.

“Sesso & Potere”(1997)

Barry Levinson è anche il regista di questa commedia nera, tratta dal romanzo di Larry Beinhart, “American Hero”, che vede Robert De Niro nei panni di Conrad Brear, consulente della comunicazione che a pochi giorni delle elezioni, per distogliere l’attenzione dei media da uno scandalo sessuale che riguarda il Presidente, inventa una guerra all’Albania e contatta il produttore hollywoodiano Stanley Motts (Dustin Hoffman), per renderla credibile e girare delle scene in studio che documentando i drammatici fatti. La situazione precipita quando Motts, fiero del suo lavoro e con la voglia di mostrarlo a tutti per assicurarsi un posto nella storia del cinema, minaccia di rivelare la farsa. Una pellicola sempre attuale (o profetico?) che tratta temi scottanti come la manipolazione dei mass media e dell’opinione pubblica, con una satira pungente e convincente, con due pilastri di Hollywood che fanno il resto. Capolavoro assoluto.