Il cinema è pieno di film che si sono schierati apertamente contro il razzismo, sulle discriminazioni e sulla ghettizzazione non solo relative al colore della pelle, ma anche relative alla religione e alla sessualità. Alcuni tra i più grandi registi del panorama cinematografico mondiale hanno girato dei veri e proprio manifesti a riguardo, tra cui “Malcolm X”, di Spike Lee; “Schindler’s List” e “Il colore viola”, diretti da Steven Spielberg; il cult “Il buio oltre la siepe”, di Robert Mulligan, fino al recente “Moonlight”, di Barry Jenkisn, vincitore di 3 Oscar, tra cui quello al Miglior film, che servono come monito affinchè i soprusi di ogni genere smettano, in nome della tolleranza e della solidarietà tra i popoli. Per questo, in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo, che si celebra il 21 marzo, vi proponiamo 10 immancabili capolavori che parlano direttamente alla coscienza e all’anima.

“Il buio oltre la siepe”(1962)

Il meraviglioso film di Robert Mulligan ci porta nell’Alabama del 1932, dove L'avvocato Atticus Finch (Gregory Peck), passa la sua vita tranquillamente, tra lavoro e i suoi figli, Jem e Scout. La quiete viene sconvolta quando Finch accetta di difendere Tom Robinson (Brock Peters), un giovane uomo di colore, accusato dall'agricoltore alcolizzato e violento Bob Ewell, di avere violentato sua figlia Mayella, la figlia diciannovenne di Ewell. Finch salverà l’uomo dal linciaggio e dimostrerà l’infondatezza di quelle accuse, ma la giuria lo dichiarerà, comunque, colpevole. Il destino di Robinson, purtroppo, è segnato, ma il vero colpevole assalirà i figli di Finch, per vendetta, anche se un personaggio inaspettato riporterà la giustizia. “Il buio oltre la siepe” è un monito che ci sprona alla comprensione e al rispetto degli altri, delle persone di qualsiasi razza, a far cadere i pregiudizi, che possono diventare vere lame affilate se scagliati con ottusità verso il prossimo. Mulligan è riuscito alla grande a far comprendere il suo messaggio e, ancora oggi, a 55 anni di distanza, il suo grido è sempre attuale.

“Indovina chi viene a cena?”(1967)

Il cult di Stanley Kramer è incentrato sulla storia di Joanna “Joey” Drayton (Katharine Houghton”, ragazza bianca americana che s’innamora di John Prentice (Sidney Poitier), un medico afroamericano. Tutto procede bene, fino a quando Joey decide di presentare il fidanzato ai genitori, Matt (Spencer Tracy) e Christina (Katharine Hepburn). Dopo l’iniziale reticenza dei rispettivi papà, alla fine l’amore tra i due trionferà sul colore della pelle. “Indovina chi viene a cena?” è un classico del genere ed è un altro manifesto contro le intolleranze razziali, sessuali e religiose, seppur narrato e trattato in maniera più leggera rispetto a cult come “Malcolm X”. Il film offre anche un ottimo spaccato della società dell’epoca, dei pregiudizi e della poca apertura verso l’amore tra bianchi e neri, visto sempre come qualcosa di inopportuno o da guardare con la coda dell’occhio. Fenomenali gli attori protagonisti, la sceneggiatura e la colonna sonora e, anche stavolta, l’Academy non stette a guardare, premiando la pellicola con 2 Oscar (Miglior attrice protagonista alla Hepburn e Migliore sceneggiatura originale) su 10 nomination.

“Il colore viola”(1985)

Steven Spielberg ci porta nella Georgia degli anni Venti, dominata da una forte mentalità schiavista e razzista. Qui, l’adolescente Celie Harris (Whoopi Goldberg) viene violentata, le vengono sottratti i figli nati, viene venduta a un altro uomo e allontanata dalla sorella e solo dopo molti anni da “schiava” riuscirà a riabbracciare i suoi cari. Spielberg, basandosi sul romanzo omonimo di Alice Walker, racconta la forza di un gruppo di donne coraggiose, che non si piegheranno neanche sotto la scure degli abusi sessuali e del razzismo atroce di quegli anni bui. L’Academy lo premiò con 11 nomination mentre la Goldberg riuscì a portare a casa il Golden Globe come Miglior attrice in un film drammatico. La cosa più importante, comunque, resta il posto d’onore tra i film più belli e profondi della storia del cinema.

“Malcolm X”(1992)

Spike Lee, basandosi sull’”Autobiografia di Malcolm X”, scritta proprio dal leader afroamericano, con Alex Haley, racconta la storia di Malcom Little (Denzel Washington), figlio di un pastore protestante, la cui infanzia viene sconvolta dalla violenza razzista. Il padre fu ucciso, infatti dal Ku Klux Klan e la mamma muore in manicomio. Il giovane cresce a New York, tra furti e spaccio di droga, finendo in carcere. Quando esce, decide di entrare in un’organizzazione islamica, diventando un leader per il mondo afroamericano, nonchè un ponte verso la coesistenza e l’apertura pacifica al “mondo dei bianchi”. Ciò, gli creò moltissimi nemici e le minacce si moltiplicarono in pochissimo tempo, fino a costargli la vita. La pellicola è una sorta di manifesto di un popolo che ha cercato da sempre di essere trascinati da un leader che li rappresentasse e che gridasse a gran voce di rispettare i loro diritti pacificamente, liberandosi dalla nebbia del razzismo e uscendo dai margini della società. Capolavoro assoluto.

“Schindler’s List – La lista di Schindler”(1993)

Spielberg sa benissimo come smuovere le coscienze e toccare le corde più profonde dell’animo umano, anche quando ha trattato una delle pagine più buie ed oscure della storia dell’umanità, dove la discriminazione e la supremazia di razza hanno raggiunto l’apice della vergogna e della malvagità. Con “Schindler’s List – La lista di Schindler” (vincitore di 7 Oscar), il re Mida di Hollywood racconta la storia di Oskar Schindler (Liam Neeson), imprenditore tedesco che arrivò, nel 1939, a Cracovia con l'intenzione di arricchirsi sfruttando gli ebrei in una fabbrica di pentole. La malvagità nazista, però, sciolse il suo cuore di pietra e decise di salvare i suoi operai dallo sterminio, riducendosi in miseria, ma soddisfatto per aver salvato circa 1000 ebrei. La pellicola è un faro che ci fa capire quello che la barbarie umana è stata capace di fare e che non deve assolutamente ricapitare, anche se la storia recente, purtroppo, ci mostra tutt’altro. La sopraffazione, la speculazione di guerra, lo sterminio di centinaia di migliaia di innocenti per motivi religiosi o etnici sembrano incubi da cui è difficile – o quasi impossibile – svegliarsi e che sono ciclici nella storia dell’umanità. Unione, solidarietà e alleanza tra i popoli sono le uniche soluzioni e non dovrebbero essere sterili utopie.

“American History X”(1998)

Tony Kaye dirige Edward Norton nei panni di Derek Vinyard, uomo simbolo della comunità dei giovani neonazisti di Los Angeles, idolo anche agli occhi di suo fratello minore, Danny. I due sono intrisi di odio per i neri e, in generale, verso tutto quello che è diverso e che cozza con la supremazia dei bianchi. Fino a quando, la redenzione in carcere e la nuova visione di ideali nettamente opposti, li farà cambiare, ma sarà, probabilmente, troppo tardi. Crudo, impressionate e reale, il film di Kaye, zeppo di violenza, mostra naturalmente il contrasto tra bianchi e neri, la xenofobia, il razzismo puro, che risiede in tutti gli esseri, e che è scelleratamente ereditario, al di là del colore della pelle, tramandato ottusamente di generazione in generazione, poiché nessuno nasce già razzista. La consapevolezza che il razzismo è un concetto maligno, arriverà solo verso la fine, quando ormai gli ideali sono già marci, la vendetta è l’unico sentimento da mettere in atto e quando l’odio sembra portare solo ad altro odio. Un film non per tutti, ma da rivedere mille volte, con un Edward Norton fenomenale, nominato all’Oscar come Miglior attore protagonista.

“Invictus – L’invincibile”(2009)

Il grande Clint Eastwood, nel 2009, portava al cinema l’adattamento del romanzo “Ama il tuo nemico”, di John Carlin, basato su eventi realmente accaduti. Morgan Freeman è nei panni di Nelson Mandela, una delle figure più carismatiche del mondo politico mondiale, ma anche umanitario e sociale. Il leader, dopo 27 anni di prigionia, salì al governo per portare il Sudafrica fuori dall’apartheid e riportare l’uguaglianza nel popolo. Poco tempo dopo la sua liberazione, nel 1995, il Sudafrica ospitava i mondiali di rugby e Mandela vide nello spirito sportivo, la soluzione per risolvere le disuguaglianze del suo popolo e avere una sorta di riscatto sociale. Così, il Presidente, incontrò il capitano della nazionale sudafricana, gli Springboks, François Pienaar (Matt Damon), per spronarlo a dare il meglio. Con “Invictus”, l’iconico Eastwood miscela più generi per esaltare il messaggio di solidarietà, riscatto pacifico e uguaglianza di Mandela, che si rivolge alle coscienze e si appoggia allo sport per riaccendere l’orgoglio nazionale affossato dall’apartheid, inneggiando alla tolleranza.

“The Help”(2011)

Il film di Tate Taylor (candidato a 4 Oscar e vincitore della statuetta alla Migliore attrice non protagonista, andata a Viola Davis) è tratto dal romanzo “L’aiuto”(2009), di Kathryn Stockett. Emma Stone è la protagonista, nei panni di Eugenia "Skeeter" Phelan una giovane donna laureata di Jackson (Mississippi) che, dopo gli studi, decide di scrivere un libro per raccontare le discriminazioni razziali subite dalle donne di colore che lavorano per le ricche famiglie della sua cittadina. La sua opera tenterà di cambiare lo stato delle cose. Autentico, commovente, intenso e pieno di messaggi importanti, giocato su un mix di dramma e ironia che s’incastrano alla perfezione nella cornice nera di quegli anni in cui il razzismo era molto radicato.

“12 anni schiavo”(2013)

Nel 2013, Steve McQueen portava sui nostri schermi “12 anni schiavo”, film sceneggiato da John Ridley, diretto da Steve McQueen. La pellicola porta sullo schermo la storia vera di Solomon Northup ed è la trasposizione dell'omonimo libro di memorie scritto dall’uomo nel 1853. McQueen ci porta in questo commovente e doloroso percorso che esamina la condizione degli schiavi afro-americani nel periodo prima della guerra civile, senza risparmiare nulla di ciò che realmente accadde non solo a Northup, che ebbe la fortuna di sopravvivere a quel rapimento dell'aprile del 1841, ma anche a chi ebbe una sorte ben diversa. L’intento di McQueen è quello di farci capire che l’arma principale del potere è la violenza, che genera supremazia di razza, ma che non potrà mai distruggere la forza interiore e gli ideali fondamentali della vita degli uomini. Tutte tematiche, tristemente, attuali, dato che le disuguaglianze e le atrocità persistono e il mondo “civilizzato”, bianco o nero che sia, resta ancora a guardare.

“Moonlight”(2016)

Il film di Barry Jenkins, vincitore di 3 Oscar per il Miglior film, Miglior attore non protagonista e per la Migliore sceneggiatura non originale, racconta, in tre capitoli, l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, un ragazzo di colore cresciuto nei sobborghi difficili di Miami, che cerca faticosamente di trovare il suo posto del mondo e se stesso. Chiron esplorerà la propria sessualità e sperimenterà anche le gioie e i dolori di un amore che ti ruba l’anima e che potrebbe durare per sempre. Jenkins, però, non si sofferma sull’eterna lotta tra bianchi e neri, ma bensì dell’emarginazione di una persona omosessuale che vive nel ghetto nero di Liberty City a Miami, dove la disperazione è l'unico sentimento e dove i neri insultano i neri. Chiron trasformerà il suo fisico, come una crisalide, e rinascerà a nuova vita grazie al ritorno di una persona che riaccenderà in lui la speranza, la forza e l’amore.