Nel 2002 Xander Cage si presentava piombando con un paracadute dopo essersi lanciato di proposito giù da un ponte dalla sua auto sportiva che aveva appena rubato, e aver saltato dal mezzo in volo. Tutto per essere ripreso e fare di sé un personaggio. Nasceva lì il tamarro del nuovo millennio al cinema, da un attore frutto di un miscuglio di molte razze diverse che fino a quel punto aveva preso parte ad alcuni film ricercati e altri più tamarri (Salvate Il Soldato Ryan tra i primi, Fast & Furious tra i secondi) ma con xXx sanciva la propria mitologia fatta di magliette senza maniche, bicipiti esibiti nelle tenute da tutti i giorni, tatuaggi, abbigliamento improbabile ed una costante esibizione di sé.

xXx: Il Ritorno di Xander Cage, lo dice il titolo stesso, rimette in sala quel personaggio dopo che Vin Diesel nel resto della sua carriera non ha fatto che declinarlo in altre versioni. Quella futura di Babylon A.D., quella mitologica di L’Ultimo Cacciatore di Streghe e ancora quella futura in Le Cronache di Riddick. Nonostante l’esibizione di sé sia tipica degli eroi del cinema d’azione, e un certo modo di fare sbruffone venga dal cinema di spionaggio cui il primo xXx si rifaceva (anche Bond è sbruffone a modo suo), Xander Cage ha portato tutto questo ad un altro livello, uno che al cinema era sconosciuto, di colpo nobilitando la tamarraggine e creando il primo eroe tamarro.

La vera impresa di questo sequel allora era superarsi, cioè aggiornare la sua estetica 15 anni dopo quell’invenzione e dopo tutto quel che è riuscito a fare nella saga Fast & Furious (in cui sfoggia anche un’incredibile completo tutto bianco di anfibi e canottiera per andare in chiesa). L’impresa è riuscita e ovviamente c’erano pochi dubbi. Nonostante xXx: Il Ritorno di Xander Cage sia un film terribilmente derivativo, troppo uguale in tanti punti al precedente, troppo voglioso di rifare le stesse cose con meno storia, la sua parte migliore è proprio come Xander Cage evolva il proprio personale concetto di tamarro. Ormai fuori da ogni moda, privo di segni distintivi di questi anni, il suo tamarro è diventato eterno, buono per qualsiasi stagione.

L'opposto logico di James Bond.

Questo opposto logico di 007, che ha le stesse missioni internazionali con fini spionistici ma cerca sempre l’eccesso là dove Bond vuole la misura e il garbo, che frequenta le corse illegali con motocross là dove Bond si siede al tavolo da gioco e con cortesia batte tutti, si nutre di un arsenale di mezzi, oggetti, ammennicoli e dettagli che di fatto creano un mondo. Un conto è infatti fare un inseguimento in moto. Lo possono fare tutti. Un conto è usare una moto da cross per menare la gente, per sciare sul mare (non è un’esagerazione, accade) e infine per andare sott’acqua. Solo mezzi da bullo di periferia, solo tatuaggi esagerati continuamente mostrati, solo catene pesanti al collo.

Sembra un dettaglio da poco ma il vero segreto di Vin Diesel nasce qui e qui viene confermato ancora una volta (con un probabile successo mondiale), cioè l’essere l’eroe di chi non aveva un eroe. Se andiamo al cinema per vedere una proiezione di noi stessi, per vederci rappresentati come siamo o vorremmo essere (in fondo paghiamo un biglietto, siamo i committenti indiretti di quelle opere), nessuno rappresentava quella vastissima fetta di popolazione fatta di auto truccate e tatuaggi estremi, di sfoggio di arroganza e cromature, di incredibili giubbotti con pellicciotto, spaccona e possibilmente ignorante con stile (il proprio).

Non a caso, anche a livello di messa in scena, tutto il film precedente e questo indugiano su una serie di dettagli su cui solitamente gli altri lungometraggi sorvolano, mostrando da vicino elementi tamarri per il solo gusto di farlo. Nel film infatti Xander Cage menziona esplicitamente il cappotto di pelliccia che porta a pelle nel film precedente, lo vuole tornare a prenderlo (e lo fa!) ma anche la regia lavora a suo favore, addirittura c’è un’inquadratura dal basso che mette in primo piano il tatuaggio dietro al polpaccio di Xander Cage, uno che fa sembrare che sotto la sua pelle, a quell’altezza, ci sia l’ammortizzatore di una macchina. Non è solo un modo di abbigliare o truccare un personaggio, è proprio tutto il film che, raccontando una trama d’azione, ha il chiodo fisso di mostrare anche quanto sia tamarro il proprio protagonista. Un guru.