E’ una di quelle commedie romantiche che non passeranno mai di moda. “Il matrimonio del mio migliore amico”, diretta da P.J. Hogan, usciva in USA e Canada il 20 giugno 1997 e subito s’impose al botteghino. Protagonista, la già famosa stella di Hollywood, Julia Roberts, nei panni di Julianne Potter, critico gastronomico che capisce di essere innamorata del suo migliore amico Michael (Dermot Mulroney), quando ormai è troppo tardi. L’uomo, infatti, sta per sposare la svampita Kimberly (Cameron Diaz), così Julianne, per riconquistarlo e farlo ingelosire, farà finta di essere fidanzata con George (Rupert Everett), il suo esilarante amico gay. Ne verranno fuori situazioni irresistibilmente divertenti.

Un cast sublime, uno script brillante e una colonna sonora immortale.

Al di là della grande alchimia tra i protagonisti, la pellicola può contare su uno script brillante e fresco, curato da Robert Brass e sulle musiche di James Newton Howard (nominato agli Oscar) che includono la cover del pezzo “I Say A Little Prayer (For You)”, cantata da Diana King, che tornò ai piani alti delle classifiche mondiali. Tutti questi elementi hanno fatto de “Il matrimonio del mio migliore amico” una commedia cult che sfida i decenni senza mai perdere un minimo di smalto, con le sue battute mai volgari, il ritmo sempre veloce e tematiche che non possono non indurre all’immedesimazione.

Julianne, dall’individualismo alla sorprendente conoscenza di se stessa.

Trascinati sin dalle prime battute dalla storia del personaggio di Julia Roberts, inizialmente gli spettatori non sanno bene se stare dalla sua parte o meno. In realtà, la sua voglia di riconquista del vecchio amico/amante sembra più un cruccio egoista, ma ecco che a spezzare l’individualismo di Julianne ci pensano la geniale e pungente simpatia di Everett e la dolcezza puerile della Diaz, il tutto esaltato dalla confusione adolescenziale di Mulroney, semplice ed affascinante, che finirà per conquistare milioni di cuori. Alla fine, la voglia incompresa di Julianne si trasformerà in una sorprendente consapevolezza e migliore conoscenza di se stessa, con un finale grandioso e pieno di gioia. Insomma, a distanza di 20 anni, il film colpisce ancora nel segno e sarà sempre un piacere rivederlo, anche tra 50 anni.