Che si sia fan o detrattori di La La Land su una cosa si può concordare: che la vittoria dell’Oscar come miglior film da parte di Moonlight è stata una mossa politica. Non ci vuole un grande acume per capirlo, né c’è nulla di male, almeno quando il film premiato è capace anche di incidere una tacca nella memoria collettiva, cosa che Moonlight ha dimostrato di essere incapace di fare. Già il fatto che il pubblico si sia diviso in amanti e detrattori di La La Land, nutrendo sentimenti molto più blandi per il film di Barry Jenkins la dice lunga. Gli incassi poi mettono la pietra tombale sul discorso. Nonostante il boxoffice sia stato giustamente fomentato dalla vittoria fino ad arrivare a cifre impensabili per un film simile (1 milione in Italia e 30 milioni in America), rimane imparagonabile ai ritorni dei film che solitamente l’Academy sancisce come i più importanti dell’anno.

Bisogna tornare alla vittoria di The Hurt Locker ai danni di Avatar per un paragone calzante. Nel 2009 infatti il film di Katherine Bigelow aveva goduto di un successo molto limitato (incassò la metà di quanto ha fatto Moonlight) eppure vinse contro il film dal boxoffice maggiore della storia del cinema. L’Academy aveva ribaltato gusti, tendenze e affluenza del pubblico in sala per motivazioni che iniziavano con la politica e finivano con un giudizio artistico (The Hurt Locker aveva iniziato la sua corsa a Venezia, in un festival europeo). C’è da augurare la stessa capacità di rimanere nella storia del cinema a Moonlight, anche se l’impressione è che sia proprio difficile, vista la debolezza con cui si è impresso nella memoria anche dei pochi che l’hanno visto e la scarsa potenzialità della storia anche nei passaggi successivi (home video e poi video on demand).

Le motivazioni politiche.

L’anno scorso e quello ancora precedente era sembrato che mai come in quel momento la comunità afroamericana fosse lontana dagli Oscar, il massimo riconoscimento del cinema statunitense. Nessun nominato, nessun film considerato. Per l’Academy era come se il cinema afroamericano non esistesse. Nonostante solo pochi anni prima un film come 12 Anni Schiavo, non solo realizzato da afroamericani ma anche centrato su questioni afroamericane come la schiavitù, avesse trionfato, l’impressione di molti era che solo quando fossero disposti a raccontarsi come schiavi i neri potessero essere accolti nel salotto buono. Dopo la tempesta di polemiche che ne è risultata (#Oscarssowhite) era stato promesso un cambiamento e quest’anno ce ne siamo accorti.

La reazione si è tradotta in tre film afroamericani tra i nove candidati a “miglior film”, almeno un attore o attrice nominati in ogni categoria, un regista nominato nella sua categoria e addirittura 3 documentari su 5 tra i candidati. Un’inversione di tendenza così radicale che non ha stupito trovare anche molti titoli abbastanza dimenticabili e la cui presenza suona ampiamente pretestuosa (Il Diritto di Contare ne è stato un esempio lampante). Moonlight però aveva le sue ragioni per stare dove stava, avendo raccolto lodi fin dalla sua prima presentazione, e non a caso da alcuni era dato come un contendente serio alla statuetta che poi ha vinto. Più difficilmente come vero vincitore.

Marginale tra i marginali, il valore della tematica.

La La Land è una storia di bianchi e di jazz (il genere afroamericano per eccellenza) Moonlight invece, a dispetto del titolo, è un film indipendente tenero e sentimentale sulle radici della black culture. Racconta un essere umano di periferia in tre età della sua vita: bambino, ragazzo e adulto. Nella prima parte lo vediamo silenziosissimo, quasi muto, con una madre scapestrata, senza padre, malmenato dai bulli. L’unico che sembra volergli bene è un piccolo criminale di quartiere che con la sua fidanzata è come se lo adottasse. La criminalità come unica via d’uscita anche per le persone per bene, almeno nei ghetti in cui sono rintanate le comunità afroamericane. Da ragazzo poi scoprirà non senza una certa fatica, di essere omosessuale, e lo farà con il suo migliore amico, subendo le conseguenze di essere marginale tra i marginali, minoranza in una comunità che già di suo è in minoranza. Infine nell’età adulta ritroviamo il protagonista non più magrolino ma muscoloso e pompato, spacciatore come tutti quelli che lo circondavano, chiuso in se stesso a riccio fino a che l’incontro con qualcuno dal suo passato non lo aiuta ad aprirsi.

Ha un senso politico quindi che proprio un film simile sia stato premiato per ribaltare il dominio bianco. Non una storia di schiavitù e liberazione (come sempre capitava) ma di umana e moderna difficoltà. Questo però non significa che abbia anche un senso rispetto alla storia degli Oscar, manifestazione che sancisce un successo e non opera (come i festival europei) un’investitura intellettuale. Di sicuro Moonlight è un film in cui la parte più importante della mitologia afroamericana, il corpo, è in primo piano. È con il corpo minuto che comunica il protagonista da piccolo, quando si rifiuta di parlare, e del resto è a partire dai corpi di chi gli sta intorno che si schiude. Sarà il corpo a parlare per lui e cambiargli la vita da adolescente quando scoprirà le pulsioni omosessuali e infine la presenza di un corpo mastodontico da adulto, così diverso e in linea con timori e miti afroamericani, lo caratterizzano.