Siamo abituati a considerare i film di Natale i peggiori della stagione e tra questi le commediacce italiane in particolare. All’interno di questa categoria poi siamo abituati a riservare i giudizi peggiori, solitamente senza averli visti, ai film di Christian De Sica e Massimo Boldi, sia insieme (una volta) che separati (ora). In realtà almeno negli ultimi 8 anni c’è stata una profonda revisione del genere che, a fronte di trailer e locandine spesso uguali al passato, è molto cambiato. Ma non Massimo Boldi. Ad oggi i suoi film sono l’ultimo baluardo degli anni ‘80 e ‘90, di un altro modo di fare film e di un altro tipo di pubblico, non a caso gli incassi sono effettivamente un decimo di quanti non fossero una volta. Massacrati, rovinati, sciatti e imbarbariti, i suoi film persistono e non raccontano nemmeno più l’Italia peggiore, sono solo l’esposizione di quanto male si possa fare un film pur uscendo in sala.

Un Natale al Sud è una strana forma di sequel di Un Matrimonio Al Sud, la commedia dell’anno scorso. Stessi personaggi e in linea di massima stessi attori in una trama che è quasi la medesima ma che è blandamente legata al precedente e che, come sempre, prevede diverse fughe dalla storia principale per far rientrare quante più guest star possibili. Quelle di quest’anno sono Anna Tatangelo e Paolo Conticini, i quali accanto ad Enzo Salvi popolano il resort estivo in cui si svolge il film che con il Natale ormai non ha quasi niente a che vedere. Ci sono stanze d’hotel, amanti, amori, inganni, truffe e soprattutto ci sono i corpi, come sempre in Massimo Boldi. Le donne sovrappeso e gli uomini troppo scolpiti, le tette rifatte e giganti come le corse al bagno o dietro un cespuglio per evacuare, i letti sfondati dal peso e le grida di dolore che funzionano come gag. Ma anche la “cura” che una volta era messa per costruire un intreccio che portasse Massimo Boldi al bagno ora non c’è più, Enzo Salvi semplicemente ha uno stimolo e dalla tazza pronuncia delle battute.

Perché quello che lo spettatore occasionale ignora è quanto pur nella fissità di trame, strutture e gag, questi film siano effettivamente peggiorati di anno in anno. Quello che i trailer non mostrano è che, sebbene da 10 anni usiamo i peggiorativi per descriverli, la riduzione di budget e i continui cambi di mano alla regia e alla scrittura, hanno portato ad un deterioramento anche di ciò che ritenevamo già brutto. Accade così che Un Natale Al Sud sia la punta minima di un lungo processo di imbarbarimento del barbaro. Se una volta erano i contenuti a inorridire e la forma del film era solo pigra, ora anche la fattura è terribile. Se prima gli intrecci erano banali ora quasi non esistono, esiste solo la situazione finale, cioè il risultato, presentato senza averlo costruito. Negli anni i film di Boldi hanno cominciato ad avere errori di raccordo (quando ad esempio una macchina sta partendo in un’inquadratura e in quella successiva è ferma), inquadrature senza senso e trucchi bene in vista. Sempre di più non c’è una struttura ma soli “momenti” e anche questi sono scritti malissimo.

La scelta di Anna Tatangelo come corpo in mostra.

Non solo la consueta esposizione degli stereotipi va di pari passo con una visione del mondo fuori dal tempo (Boldi si dice batterista rock e come esempio cita i Duran Duran, c’è un africano che parla come fosse lo zio Tom), per nulla controbilanciata da un modernismo d’accatto e di facciata che consiste in un continuo citare tecnologie impossibili, servizi di dating paradossali e atteggiamenti senza senso per quelli che vengono sbandierati (nel film) come youtuber. Ma anche l’esigenza di fare commedia è totalmente in secondo piano rispetto all’esposizione dei corpi. È particolarmente vero per Anna Tatangelo, che nel film è continuamente in posa, inquadrata per essere messa in mostra. Se nessuno si aspetta niente dunque, quel che ci si trova davanti è molto meno di nulla.

Non va meglio a Biagio Izzo, spalla di Boldi già nel film precedente, che deve assumere su di sé tutto quello che il “protagonista” non fa più. Massimo Boldi è sempre stato caratterizzato da un umorismo molto fisico, composto da botte in testa, urla, penetrazioni, nudità e via dicendo. In Un Natale al Sud invece è innaturalmente immobile, non cammina, non si muove, è quasi sempre seduto, al posto suo quindi è Biagio Izzo ad esagerare. Lo fa sia con lo stereotipo napoletano (nella finzione è un improvvisato cantante neomelodico), che con urletti, grida, faccette e una serie di squallidissime metafore che compiono il salto da caratterista a macchietta, da attore di commedia farsesca a versione impoverita di Massimo Boldi.

Impossibile dire se anche stavolta il pubblico lo premierà, lo ha fatto sempre meno negli ultimi anni, ma le cifre sembrano ancora soddisfare i produttori. Di sicuro Un Natale Al Sud, con la sua praticamente totale assenza del Natale e il suo folle metafinale in cui Izzo e Boldi sono seduti in una sala e fanno un discorso buonista al pubblico che pare improvvisato come fossero in tv, è la dimostrazione ultima che nessuno si interessa di nulla che non siano i corpi in questo film. La dimostrazione più flagrante che il peggio che è dentro di noi, una volta l’anno viene esposto per farci stare meglio. Più in giù di così non si può andare. Almeno fino all’anno prossimo.