Pierfrancesco Favino commosso e costernato ha presenziato domenica sera all’Olimpico, per assistere all’ultima partita del ‘suo' Capitano Francesco Totti, insieme ad altri stimati colleghi come Carlo Verdone e Sabrina Ferilli. Il suo rientro non deve essere stato dei migliori e l'emozione ha giocato brutti scherzi, l'addio al calcio del Pupone nazionale ha così solleticato la sua vena poetica, a tal punto da comporre per lui una bellissima poesia tutta in romanesco.

Tornamo a casa, so’ le 9 e mezza. Non c’ho voja de magna’, m’ha preso ‘na tristezza!
De che sei triste? Come ma de che? Nun c’ho mai avuto un regno, ma io c’avevo un Re.
E oggi m’ha abdicato. Sto tempo ce cojona, è ‘n attimo, ‘n t’ accorgi e via! Giù la corona.
Ma come, pare ieri, la maja larga addosso, che sto biondino entrava e noi “L’hai visto questo?”.
Poi ‘n so se so’ le maje oppure se ha magnato, ma zitto zitto er bionno s’è fatto fisicato.
Quanno toccava palla te rifacevi l’occhi e nun ce fu più Roma se nun ce stava Totti.
E intanto i Papi andavano, pure li Presidenti, ma io stavo tranquillo, lui in campo, sull’attenti.
Passavano l’inverni, venivano l’estati. La sabbia sul giornale, i “Chi se so’ comprati?”
L’invidia der momento pijava pure a me, ma me durava un mozzico perch’io c’avevo il Re.
Che mentre tutti l’artri cambiavano majetta, la sua come la pelle, se l’è tenuta stretta.
E questo ai romanisti j’ha dato più de tutto. Lo so, ‘n se pò capi’, ma è più de ‘no scudetto.
Perché se ‘n sei de Roma, se addosso c’hai le strisce, sei abituato a vince, nun sai che so’ le ambasce.
E vede’ il Re del calcio co’ addosso i tuoi colori, pure se giochi e perdi te fa passa’ i dolori.
Cor piede suo che è piuma e poi se fa mortaio, cor tacco, er collo, er piatto e doppo cor cucchiaio,
m’ha fatto sarta’ in piedi più de ducento vorte, tanti quanti i palloni raccolti nelle porte.
E lo voleva il mondo ma ce l’avevi tu. Ecco perché so’ triste, perché nun ce l’ho più.

Da tifoso romanista con la fede giallo rossa, Favino si era già espresso sul doloroso distacco, usando queste parole: "C’è stato un momento nella storia in cui noi sapevamo, andando allo stadio, che i giocatori si passavano la palla e la palla andava più o meno dove noi capivamo che sarebbe andata. Poi a Roma c’è stato l’arrivo di un ragazzo, e questo ragazzo ci ha fatto capire che la palla poteva spesso andare dove non immaginavamo che andasse, che non c’era bisogno di guardare dove si sarebbe tirata la palla per trovare il compagno, che non c’era bisogno per forza di essere velocissimi per riuscire ad essere dei grandissimi giocatori di calcio. Poi c’è stato un ulteriore miracolo: quando si pensava che questa persona fosse arrivata ad un punto, questa persona ha rilanciato al di là di quella che è la vita atletica di un normale calciatore".