Come ampiamente previsto Gianfranco Rosi non è riuscito a vincere l’Oscar 2017 per il miglior documentario, troppo forte la concorrenza dei (bellissimi) documentari americani e in particolare afroamericani. Questo non diminuisce però né la statura di Rosi, cineasta unico non riconducibile a nessuna scuola, non somigliante a nessun collega, capace di aprire strade da solo. Né sminuisce il prestigio internazionale della sua opera, che gareggiando contro gli altri film, e non solo contro altri documentari, ha vinto tra i molti l’Orso d’Oro alla Berlinale ormai più di un anno fa (dalle mani della presidente di giuria Meryl Streep) e poi anche l’European Award come Miglior film.

Non ce l'ha fatta "Fuocoammare", il film di Gianfranco Rosi sugli sbarchi dei migranti a Lampedusa, candidato all'Oscar come miglior documentario. Era l'unica pellicola italiana in corsa. "Ma non chiamatela delusione", aveva avvertito alla vigilia il regista, ‘perché essere arrivati nel cuore di Hollywood con immagini e sentimenti legate al dramma dei migranti, è già un grande successo‘. "Fuocoammare" e' stato battuto dal favorito "O.J. Made in America", di Ezra Edelman, documentario di oltre sette ore e mezza sulla storia dell'ex giocatore di football americano O. J. Simpson.

Fuocoammare, con questo titolo che grida localismo, che non appartiene a nessuna lingua “nazionale” ma ad un dialetto, unisce attimi di vita di un bambino di Lampedusa con la storia più grande dei migranti che proprio in quell’isola vengono accolti, recuperati, aiutati, salvati o sepolti. A collegare le due storie è la figura del medico Pietro Bartolo, dedito sia alle visite comuni, come quelle che presta al bambino che presenta un occhio pigro da curare, sia alla pratica senza prezzo del primissimo soccorso dei migranti. La cronaca incrocia il personale e il comunitario, la storia di centinaia di uomini, affiancata a quella di un bambino che con loro sembra avere poco a che vedere ma invece forse non è così.

I motivi del successo.

Accolto immediatamente da un’ondata di lode e approvazione critica, Fuocoammare non ha ricevuto il medesimo amore da parte del pubblico che in sala non l’ha premiato come aveva fatto con il precedente film di Rosi, Sacro GRA. Il motivo per il quale invece ha incontrato il favore di tutte queste giurie sta a metà tra la sua urgenza tematica e la sua realizzazione. Fuocoammare non è infatti il solo film a trattare il tema dei migranti, né il solo documentario a farlo, anzi, nel cinema “da festival” il tema è molto trattato, quasi sovrarappresentato, e per quanto è evidente che qualunque giuria non veda l’ora di usare una premiazione per dare un segnale, è anche vero che questo non avviene quasi mai a spese del merito artistico.

Non è insomma possibile accettare la critica di chi sostiene che il film sia stato così premiato solo per il suo contenuto. Chi segue il mondo del cinema d’autore e in particolare quella realtà così dinamica che è il genere documentario, sa che negli ultimi anni molto è cambiato. I documentari non sono più quelli di 15 anni fa, non sono resoconti di fatti ma sempre di più maniere di usare la realtà, le storie vere, come fossero film di finzione. Filmare ciò che avviene realmente e poi montare quelle immagini con tecniche e linguaggio del cinema di finzione, con suspense, genere, climax, musiche e assaggi (a seconda del caso) dal melodramma, la commedia o il giallo. In questa nuova tendenza che è ormai una realtà da diversi anni quella italiana è una delle scuole più importanti e, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, Rosi ne è l’esponente principale. Dietro ai premi a Fuocoammare dunque c’è principalmente il riconoscimento ad alcune delle innovazioni più importanti che il cinema abbia visto negli ultimi anni, del resto lo disse la stessa Meryl Streep a Berlino. Rosi è, assieme a molti altri cineasti come lui, un pioniere.

Fuocoammare

La realizzazione incredibile.

Il segreto di Fuocoammare, come di molti altri film di Rosi, sta tutto nella sua lavorazione. Tradizionalmente la troupe di un documentario è un pattuglia ristretta, pochi uomini (tra i 3 e i 6 tra fonici, direttori della fotografia, regista e via dicendo) che si muovono rapidamente e leggeri per potersi adattare a ciò che accade. Fanno interviste, riprendono gli eventi mentre accadono e stabiliscono legami per trovare ciò che nessuno ha raccontato con lo stesso atteggiamento di un giornalista d’inchiesta nel corso di qualche mese. Rosi no. Rosi è cineasta-antropologo, non fa interviste ma osserva e basta e per farlo si stabilisce per almeno un anno nel luogo che decide di filmare, vive lì, si trasferisce ed entra nella comunità che mette in scena. Le sue affermazioni non stanno nelle parole di chi è filmato ma in come li guardi, come li riprenda, cosa ci faccia pensare di loro a partire dallo sguardo. Questo, al cinema, è la cosa più pura e difficile che ci sia.

Dopo qualche settimana di diffidenza, diventa uno di loro, quelli che sono i soggetti del documentario non lo percepiscono più come un alieno che li riprende. Anche non ha una troupe ma è solo. Con una videocamera digitale, professionale ma molto leggera, un microfono montato sopra, nessun operatore, Gianfranco Rosi è un uomo-orchestra che lavora come nessun altro. Nelle sue parole, come spesso ha raccontato, dopo mesi e mesi passati a riprendere, qualcosa cambia, gli si schiudono davanti diverse consapevolezze, storie, umanità. A quel punto, una volta accumulate decine e decine di ore di girato, finita la parte delle riprese viene il momento terribile della selezione, in cui dalla massa bisogna trarre un ordine, uno svolgimento, un inizio e una fine, un ritmo e un senso filmico.

Qui intervengono le consuete figure professionali (tecnici del suono, montatori, postproduzione…) e con quelle immagini si compone una storia con alti e bassi da film di finzione. Eppure il miracolo, in un certo senso, già c’è, è in quelle immagini che non potrebbero essere mai catturate con una troupe tradizionale durante qualche settimana di permanenza, ma richiedono l’immersione totale, “diventare” ciò che si vuole riprendere.