La pellicola di Lee Daniels, “The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca”, è un pugno dritto allo stomaco. Il senso dell’affermazione è ampiamente positivo, anche se le emozioni che suscita sono altamente contrastanti. In primo luogo, Daniels è sublime nel raccontare il movimento dei diritti civili attraverso il personaggio di Cecil Gaines (Forrest Whitaker) e suo figlio Louis (David Oyelowo), animo ribelle sin da giovanissimo e attivista con Martin Luther King, Malcolm X e le Pantere nere, sullo sfondo di in un periodo storico di fuoco. Le turbolenze politiche si uniscono a quelle del conflitto padre-figlio, in uno scontro generazionale che va oltre le differenze di colore, che mette di fronte due caratteri totalmente opposti: Cecil è l’emblema di chi lotta per i proprio diritti in maniera silenziosa e reverenziale, conquistandosi la fiducia dei suoi Presidenti bianchi, mentre Louis è colui che protesta, che alza la voce, che è pronto anche a dare la vita per i suoi ideali. Il 16 agosto scorso, dopo la proiezione del film in USA, il presidente Barack Obama si è commosso e, durante un’intervista radiofonica, ha dichiarato

Mi sono commosso quando ho visto il film, è vero, perchè ho pensato  non solo ai camerieri della Casa Bianca, ma soprattutto a un’intera generazione di persone di talento che, a causa delle leggi sulla segregazione e della discriminazione, non potevano andare avanti. Nonostante questo, però, si sono alzate ogni giorno per lavorare, con dignità e tenacia, sopportando molte ingiustizie, nella speranza di poter offrire un futuro migliore ai loro figli.

Le affermazioni di Obama colgono perfettamente il tema di fondo della pellicola. Alla positività del messaggio, quindi, si mescolano rabbia e commozione e, mentre sullo schermo sfilano alcune delle più grandi star di Hollywood come Robin Williams, John Cusack, Alan Rickman, nei panni dei più importanti Presidenti della storia d’America, la nostra mente e il nostro cuore sono letteralmente rapiti dalla storia di Cecil. I suoi 34 anni al loro servizio – dal 1952 al 1986 – ci portano dai campi di cotone della Georgia, fino all’elezione di Obama, includendo eventi come il sit-in di Greensboro, i Freedom Riders bus e le aggressioni del Ku Klux Klan, l’attentato al Presidente Kennedy, il Watergate, la morte di Martin Luther King e la guerra in Vietnam.

Nei panni del maggiordomo c’è lo stupefacente Forest Whitaker, premio Oscar che, con la sua aria impassibile, l’atteggiamento rigoroso, servile, timido e mansueto, sprigiona, allo stesso tempo, una forza interiore e un carisma davvero impressionanti. Cecil è spettatore dell’omicidio di suo padre, quando era piccolo, e delle decisioni politiche di quel tempo: noi vediamo le azioni dei Presidenti attraverso i suoi occhi e il suo punto di vista è quello di tutti gli afro-americani che hanno sacrificato la propria vita – come diceva Obama, per il bene dei loro figli e dei loro fratelli. Un’interpretazione senza pecche, assolutamente da Oscar. E dire che il regista aveva proposto il ruolo prima a Denzel Washington, che rifiutò, e poi anche a Will Smith, impegnato in altri progetti.

Altro grande personaggio è, senza alcun dubbio, quello interpretato dall’amatissima Oprah Winfrey. La presentatrice americana è Gloria, moglie di Cecil, che resta legata all’uomo tra mille difficoltà, l’alcolismo e la morte di un familiare. Un personaggio molto complesso, difficile, ma Oprah è semplicemente eccezionale, totalmente immersa nell’anima di Gloria, lasciandosi andare ad un’interpretazione da brividi, che, purtroppo, è stata totalmente snobbata – come, del resto, quella di Whitaker – ai Golden Globe 2014. Anche Obama si è espresso in favore dei due protagonisti

Tutta la recitazione è magnifica. Forrest Whitaker è semplicemente meraviglioso mentre la mia amica Oprah dimostra di saper recitare davvero.

La forza e il coraggio di persone come Cecil, suo figlio e altre figure storiche di colore che abbiamo già citato, hanno spianato la strada all’attuale Presidente degli Stati Uniti e ad altri personaggi che oggi occupano posizioni di potere, quindi è assolutamente normale che il popolo americano si sia commosso e riconosciuto nelle vicende del maggiordomo e della sua famiglia. Tuttavia, gli spettatori italiani sembrano non averne colto l’importanza e il valore, preferendo le commedie natalizie e non premiandolo, come merita, al botteghino di Capodanno; il film non concorre ad alcun Golden Globe e i premi stentano ad arrivare, anche se in patria il film ha incassato più di 150 milioni di dollari. Le ragioni? Forse, vanno ricercate in quel pizzico di didascalismo in più, il ritmo non proprio veloce e il plot storico che potrebbe non interessare ai non amanti del genere. Intanto noi, In attesa delle nomination agli Oscar (il 16 gennaio 2014), v’invitiamo vivamente a vedere “The Butler”, semplicemente perchè contiene messaggi universali, e non date retta a chi vi dice che si tratta solamente della storia di una maggiordomo nero al servizio di presidenti bianchi.