Il 10 gennaio 2015 , moriva uno dei più grandi esponenti e maestri del cinema italiano. Il pluripremiato Francesco Rosi, napoletano di origini, rappresenta un mondo a parte. Con il coraggio della denuncia forte e decisa del malaffare del nostro Paese, dalla politica al degrado delle istituzioni, sempre – e fino alla fine – con una curiosità, uno studio, una passione da far invidia alle nuove leve. Partendo come aiuto regista per il grande Luchino Visconti, Rosi ha imposto una sua fortissima identità, facendosi pioniere di quel genere di film d’inchiesta, civile, di denuncia, che portava alla luce fatti e misfatti che si volevano tenere ben nascosti, e ciò lo ha portato al successo mondiale.

I grandi capolavori che l’hanno reso immortale.

La strada appare già ben delineata dal film “La sfida”, del 1958, storia delle lotte camorristiche per il potere, a Napoli, nel secondo dopoguerra. Subito dopo, sarà la volta de “I Magliari”(1959), con Alberto Sordi e Aldo Giuffré, dove svilupperà il tema degli emigranti e delle truffe (in questo caso di stoffe e tessuti), fino ai capolavoro assoluti: “Salvatore Giuliano”(1962) e “Le mani sulla città”(1963). Nel primo, definito da molti addetti ai lavori come il miglior film italiano sulla mafia, Rosi racconta, prendendo solamente spunto dalla figura del celebre bandito siciliano che voleva staccare la sua terra dal resto dell’Italia, la commistione d’interessi tra politica e criminalità nel dopoguerra, mescolando alla perfezione documentario e pura fiction. Nel secondo film, invece, evitando qualsiasi tipo di retorica, denuncia l’ingerenza degli organi dello Stato nella speculazione edilizia a Napoli. Naturalmente, la pellicola suscitò aspre polemiche, ma ciò non gli impedì di portare a casa il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia. La sua opera di denuncia tocca anche il fascismo e le follie inutili della guerra, con “Uomini contro”(1971) e “La tregua”(1996), e poi ancora la corruzione, la collusione tra Stato, mafia e camorra con “Cadaveri eccellenti”(1976), “Lucky Luciano”(1973) “Il caso Mattei”(1972). Tutti questi film sono imperniati sul realismo, sull’emozione, sulla capacità innata del regista di smuovere le coscienza senza “effetti speciali”, ma contando solamente sulla forza delle immagini e delle parole.

I potenziali eredi di Francesco Rosi.

Ad un anno dalla sua morte, viene da chiedersi se esistono, oggi, dei veri o potenziali eredi di Rosi. Più volte il maestro ha riconosciuto come tali Mario Martone, Marco Tullio Giordana e Giuseppe Tornatore. Aveva apprezzato molto anche il lavoro di Roberto Andò con il film “Viva la libertà”(2013), con un fenomenale Toni Servillo, e si complimentò con il giovane Daniele Vicari per il suo “Diaz – Don’t Clean Up This Blood”(2012). C’è da dire che i tempi sono notevolmente cambiati (per non dire peggiorati) e oggi, alle tematiche trattate da Rosi, si sono aggiunte la profonda crisi economica, la disoccupazione, il fenomeno dell’immigrazione, il precariato, la profonda instabilità dei governi. Il cinema politico o d’inchiesta, si è quindi trasformato o, quantomeno, adattato alla storia. E’ impossibile non citare, oltre a quelli apprezzati dal maestro Rosi, anche Nanni Moretti (“Palombella rossa”, “Il Caimano”) , Paolo Sorrentino (“Il divo”), Matteo Garrone (“Gomorra”), Stefano Sollima (“Suburra”), tutti in grado – seppure in maniera non continuativa – di mettere in luce le contraddizioni della storia, della politica e delle istituzioni italiane, dando alle proprie opere un forte imprinting internazionale, molto apprezzato dai critici. Tornando alla domanda che ci siamo posti, l’erede odierno di Rosi è, praticamente, impossibile da trovare, anche perché sarà la storia a farlo e a designare un nuovo maestro.