Il 6 dicembre 1994 il mondo del cinema piangeva uno dei suoi più grandi interpreti, il grande Gian Maria Volonté. Istrione dal talento imparagonabile, Volonté è ricordato per la presenza scenica magnetica, carismatica e, talvolta, anche aggressiva, tutte qualità che gli hanno permesso di raggiungere la fama internazionale ricoprendo il ruolo del "cattivo" negli spaghetti western di Sergio Leone. Con gli anni, è diventato anche attore-simbolo del cinema d'impegno civile italiano, sotto la regia dei grandissimi registi Francesco Rosi ed Elio Petri. Nella sua lunga carriera, ha girato più di 58 film e tantissime rappresentazioni teatrali di successo.

L’infanzia difficile e gli esordi a teatro.

Volonté nacque a Milano il 9 aprile del 1933, anche se crebbe a Torino. Il padre, Mario, era un milite fascista originario di Saronno che, nel 1944, fu al comando della Brigata Nera di Chivasso, mentre la madre, Carolina Bianchi, apparteneva ad una famiglia di industriali milanesi. Tuttavia, Volonté ha vissuto un’infanzia difficile per via della precarietà economica familiare, causata dall'arresto del padre, morto forse suicida o forse per le percosse ricevute dai carcerieri. Volonté abbandona gli studi a 14 anni per trovare un impiego. Dopo aver lavorato per due anni in Francia, come raccoglitore di mele, torna in Italia e decide di unirsi alla compagnia teatrale “I carri di Tespi”, come aiuto-guardarobiere e segretario, ma questa esperienza lo fa appassionare alla recitazione e, nel 1954, si reca a Roma per frequentare l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica. Nel 1957, quando è ancora studente, ha la sua prima esperienza da attore recitando nello sceneggiato televisivo “La Foresta pietrificata”, di Franco Enriquez, e in “Fedra”, di Pavolini. In seguito, reciterà nella compagnia del Teatro Stabile di Trieste e comparirà in molti sceneggiati per la tv: “L'idiota” e “Caravaggio” poi a  teatro con “Romeo e Giulietta”, “La buona moglie” di Goldoni e “Sacco e Vanzetti” di Mino Roli e Luciano Vincenzoni.

Gli spaghetti western.

L’esordio al cinema avviene nel 1960 con il film “Sotto dieci bandiere”, di Duilio Coletti. L’anno dopo, prende parte a film commerciali come “A cavallo della tigre”, di Luigi Comencini, “Antinea, l'amante della città sepolta”, di Edgar G. Ulmer e Giuseppe Masini, “La ragazza con la valigia” di Valerio Zurlini ed “Ercole alla conquista di Atlantide”, di Vittorio Cottafavi. Nel 1962 ottiene il suo primo ruolo da protagonista in “Un uomo da bruciare” di Valentino Orsini e dei Fratelli Taviani, film di denuncia sociale ispirato dalle gesta del sindacalista Salvatore Carnevale. Nel 1964 Sergio Leone lo vuole come co-protagonista in “Per un pugno di dollari”, uno dei capisaldi del genere spaghetti-western, nel ruolo del trafficante di alcolici Ramón Rojo, che gli farà da trampolino di lancio per una sfolgorante carriera. Nel 1965, è di nuovo sul set con Leone in “Per qualche dollaro in più”, nel ruolo del bandito tossicodipendente El Indio, che lo consacra come perfetto “cattivo” del genere. In seguito, sarà in filme dello stesso genere: “Quién sabe?”, di Damiano Damiani (1966).

Il cinema politico e  il successo di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.

Nel 1970 è il protagonista di uno dei più celebri film italiani a sfondo politico-giudiziario, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con Florinda Bolkan, diretto da Elio Petri. Il film, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 23° Festival di Cannes e del Premio Oscar al Miglior film straniero 1971, ottenne anche una nomination per la Migliore sceneggiatura originale agli Oscar dell'anno dopo. Il film racconta la storia del capo della sezione omicidi della polizia (Volonté), conosciuto da tutti come "il dottore", viene nominato dirigente dell'ufficio politico della questura. Ma proprio il giorno della sua promozione, il funzionario uccide la sua amante Augusta Terzi. Forte della posizione che occupa, "il dottore" non si preoccupa neppure di sviare le indagini; finché, quando una bomba deflagra nella centrale di polizia e vengono fermati alcuni contestatori. Il film uscì nelle sale nel gennaio 1970, a ridosso della strage di piazza Fontana, della morte violenta dell'anarchico Giuseppe Pinelli e dell'arresto di Pietro Valpreda. Accompagnato dal divieto ai minori di 16 anni, era in forte odore di un imminente sequestro, richiesto da alcuni dirigenti della questura di Milano, che avevano lasciato la proiezione prima della fine. Sia per la decisione del sostituto procuratore Giovanni Caizzi, sia per probabili considerazioni di ordine politico, il film non fu sequestrato. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è il primo film di una trilogia (proseguita con “La classe operaia va in paradiso”, del 1971 e “La proprietà non è più un furto”, del 1973), frutto della collaborazione con lo sceneggiatore Ugo Pirro, in cui vengono messi in scena i motivi centrali della vita politica, rendendo Petri un bersaglio privilegiato nello scontro critico e politico interno alla sinistra negli anni Settanta.

Il primo flop e il rifiuto di ruoli importanti.

Successivamente, Volonté decide di dedicarsi ad un tipo di cinema più politicamente impegnato e, infatti, prenderà parte a pellicole come “Uomini contro”(1970) di Francesco Rosi, “Sacco e Vanzetti”(1971) di Giuliano Montaldo, “Il caso Mattei”(1972), sempre di Rosi e “Sbatti il mostro in prima pagina”(1972) di Marco Bellocchio. L’attore, in quegli anni, dimostra anche un forte attivismo politico a favore dei diritti dei lavoratori e partecipando alla realizzazione dei “Documenti su Giuseppe Pinelli” (1970). Nel 1976, a seguito del flop del film “Todo Modo”, l’attore vive un momento di sconforto, che lo portò a rifiutare ruoli importanti ne “Il padrino” di Francis Ford Coppola e “Novecento” di Bernardo Bertolucci.

Il Leone d’Oro alla carriera e gli insuccessi esteri.

Negli anni Ottanta, Volonté si riprende completamente e gira “La morte di Mario Ricci”(1983) di Claude Goretta, “Il caso Moro” (1986)di Giuseppe Ferrara  e “Cronaca di una morte annunciata”(1987) di Rosi. Negli anni Novanta, invece, decide di abbandonare il cinema italiano, dopo aver recitato in “Porte aperte”(1990) di Gianni Amelio ed in “Una storia semplice”(1991) di Emidio Greco per il quale, al Festival di Venezia, venne premiato con il Leone d'Oro alla carriera. In quel periodo, però, Volonté rientra in un periodo di crisi depressiva, a causa degli scarsi impegni lavorativi e dopo l’insuccesso delle pellicole girate all’estero, “Funes, un gran amor”, di Raoul de la Torre e “Il tiranno Banderas”, di José Luis García Sánchez.

La morte sul set de “Lo sguardo di Ulisse”.

Nel 1994, durante le riprese de “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos, l’attore muore, stroncato da un arresto cardiaco. Verrà sostituito da Erland Josephson ed il film verrà dedicato alla sua memoria. Il suo funerale si svolge a Velletri, dove risiedeva. Le sue spoglie riposano, come sua volontà, sotto un albero nel piccolo cimitero de La Maddalena, in Sardegna. Nel 2004, per il decennale della scomparsa, la città di Roma gli ha dedicato una via nel quartiere nuovo Casale di Nei. Nel 2009 e nel 2010 il Bif&st di Bari assegna un Premio intitolato a Gian Maria Volonté per il miglior attore protagonista. Nel 2014, gli viene dedicata l'intera rassegna.

La vita privata.

Ammiratissimo e amatissimo dalle donne di tutto il mondo, Volonté è stato sposato con Tiziana Mischi, ma ha avuto anche relazioni con Armenia Balducci, sceneggiatrice e regista cinematografica, le attrici Carla Gravina, da cui ha avuto la figlia Giovanna; Mireille Darc, Pamela Villoresi e Angelica Ippolito, figlioccia di Eduardo De Filippo, con cui ha vissuto gli ultimi 15 della sua vita. Volonté inoltre è stato iscritto al Partito Comunista Italiano, comparendo anche nelle liste elettorali del 1975, salvo venirne allontanato quando aiutò a fuggire dall'Italia Oreste Scalzone. Nelle elezioni politiche del '92 viene candidato dal Partito Democratico della Sinistra nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone, risultando secondo dei non eletti.