‘Fantozzi è il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità’.

Parte da questa definizione, data dallo stesso Paolo Villaggio, la vita mesta del ragionier Ugo Fantozzi, maschera grottesca del cinema degli anni ’70 che, in quasi 30 anni di onorato servizio presso un’esistenza grama, ha conquistato il suo posto nell’immaginario umano, strappandoci più di un sorriso.

Una canottiera bianca, la coppola raffazzonata, pancia d'ordinanza, lo sguardo di chi sa che non ce la farà mai, eppur ci prova, fosse solo per affermare la propria presenza nel mondo. Un paio di bretelle grosse aggrappate alla vita, questo il simbolo di un archetipo goffo e un po’ sfigato, che non vuole arrendersi, non vuole soccombere alle continue angherie e si tira su da solo, incredibilmente, col tono greve e l’ego sgonfio.

Muoversi a passi lenti e farlo con la consapevolezza di poter gioire di piccole cose, come una carezza della signorina Silvani, una sonora abbuffata ‘bulimica’ a base di spaghetti o la vittoria della squadra del cuore. L’orgoglio della miseria, l’ennesima molla concettuale legata al solito irresistibile nonsense, che alla fine ci ha conquistati tutti con il principio dell’identificazione. C’è un po’ di Fantozzi in ognuno di noi. Lo sapeva bene Paolo Villaggio, che con il suo impacciato ‘alter ego' imparò a conviverci, portandoselo dietro anche quando doveva dare vita ad altri personaggi, come lo sventurato Dalmazio di Scuola di Ladri, l'omonimo sfigato Paolo di Pappa e Ciccia o Le comiche, il robot non ignifugo di Grandi Magazzini, l'imbranato pompiere Casalotti e l'ingenuo Ermenegildo di Rimini Rimini.

Con Fantozzi ho cercato di raccontare l'avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent'anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi (Fantozzi, Rizzoli editore, 1971).

Essere sotto padrone, aggrapparsi con tutte le proprie forze alla vita e trovare un equilibrio nella dimensione elastica della propria esistenza. E a chiunque ne abbia, o abbia avuto il coraggio, lo stesso Villaggio ha lasciato in eredità una lauta ricompensa, dalla durata di 92 minuti.