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29 Giugno 2016
10:31

Bud Spencer: il supereroe della nostra infanzia

Non era ambiguo come il guappo della sceneggiata, né aveva la vena noir del commissario di polizia. Carlo Perdersoli era e rimarrà Bud Spencer, il protagonista di un indimenticabile fumetto cinematografico.
A cura di Marcello Ravveduto
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Bud Spencernella, 1975 (@Cioni–Spinelli/LaPressearchivio)
Bud Spencernella, 1975 (@Cioni–Spinelli/LaPressearchivio)

Credo di aver condiviso questa esperienza con milioni di italiani. Avevo sei anni. All’epoca non esistevano i cartoon della Pixar. Era la mia prima volta al cinema Capitol, il più importante della città in cui sono nato e cresciuto.

Avevo la mano stretta stretta a papà. Non lo mollavo neanche per un secondo, un po’ spaventato dalla calca di persone in fila, un po’ perché stavo per immergermi in quel mondo oscuro e magico che mi avrebbe cambiato la vita. La scelta della mia iniziazione cinematografica era stata curata da mio padre con grande attenzione. Un film per tutti avente per protagonista un bambino africano della mia età, la cui vita era affidata ad un commissario di polizia burbero e dai modi grossolani, ma con un cuore di puro diamante.

Il film era Piedone l’africano. La storia è semplice. Il commissario Rizzo, “Piedone” Bud Spencer, è contattato da un poliziotto sudafricano che gli deve rivelare delle informazioni su un traffico di diamanti e droga. Mentre stanno parlando al porto di Napoli il collega è freddato da un colpo di pistola.

Rizzo, che è un tipo caparbio, non s’arrende e parte per il Sudafrica. Qui incontra il piccolo Bodo, figlio dell'agente ucciso, già orfano di madre. In breve l’omone rude si affezionerà al bambino e ricostituirà l’accoppiata con il suo ex brigadiere Caputo, Enzo Cannavale, che è emigrato a Johannesburg dove lavora come cameriere nel ristorante di lusso di un certo Smollett, un cinico imprenditore coinvolto nel traffico di diamanti e animali esotici. Piedone è invitato nella tenuta di Smollet per una battuta di caccia durante la quale deve sfuggire a diversi attentati orditi ai suoi danni da Spiros, un collaboratore dell'imprenditore. A questo punto Rizzo, per salvarsi la pelle, finge di essere un funzionario corrotto e partecipa con Spiros al furto di un bottino di diamanti da scambiare con una partita di droga destinata ai consumatori europei. Tuttavia, quando i due sembrano al sicuro nel deserto, Spiros cerca di uccidere Piedone che riesce nuovamente a fuggire. Ben presto si ritroveranno faccia a faccia e grazie anche all'intervento di un agente segreto, che lo ha tenuto sotto controllo dal momento in cui è arrivato in Sudafrica, riuscirà ad assicurare Smollet e il suo luogotenente alla polizia.

Quando uscii dal cinema ero letteralmente sognante. Mio padre pareva diventato alto quasi due metri. Credo di averlo tormentato per diversi giorni con domande sul perché non fosse anche lui un poliziotto e se avesse mai voluto fare nella vita il commissario. L’apparizione di Carlo Pedersoli sul grande schermo fu per me l’annunciazione di un mondo fantastico in cui i buoni erano tutti eroi gentili con una grande forza fisica, messa a disposizione del bene collettivo.

Da allora non ci fu film di Bud Spencer che mi sfuggisse e, anche quando faceva coppia con Terence Hill, ero nettamente schierato dalla sua parte, soprattutto quando il biondino lo metteva in difficoltà con la sua maliziosa furbizia. Ricordo, come se fosse ieri, quando vidi in televisione Altrimenti ci arrabbiamo e le prove organizzate con i mie due fratelli più grandi per ripetere alla perfezione la gag del coro.

Con il senno di poi ho compreso che quei film e il personaggio Bud Spencer erano i cartoons per noi bambini nati nei Settanta. Una specie di strip all’italiana in cui calci, pugni, girandole non avevano nulla di violento, anzi la finzione della violenza (fin troppo smaccata con voli in anticipo prima della botta), aveva il suono onomatopeico dei fumetti, rendendo Bud e il suo compare due supereroi che ti eccitavano per la loro normalità, o forse per quella calma serafica che all’improvviso, dinnanzi a un torto, si trasformava in senso di giustizia umana, senza avere niente da spartire con il sentimento di vendetta.

Ero ormai adolescente quando scoprii che Pedersoli era napoletano e campione olimpionico. Per me campione lo era sempre stato. Crescendo ho poi compreso che Piedone era la risposta ironica al poliziottesco italiano. Il funzionario di polizia non era un cinico che si spogliava dei panni della Legge per scendere sullo stesso terreno dei criminali perseguitati. Non era un dannato pieno di complessi irrisolti che rispondeva con la violenza ai mali di una società violenta. Sì, era testardo, cocciuto, incorruttibile e non accettava compromessi, ma, allo stesso tempo, incarnava, con la sua corpulenza, la bonarietà del popolo napoletano, o almeno lo stereotipo cinematografico costruito nel corso del Novecento.

Una corpulenza che non era quella di Mario Merola, protagonista nello stesso periodo di famose cinesceneggiate. La sua era la robustezza di un ex atleta la cui agilità non rimaneva schiacciata dal peso del corpo. Non era statico e ambiguo come il guappo buono, né un commissario noir alla Maurizio Merli. Era la terza strada cinematografica che si apriva tra due mondi: da un lato la camorra in fase di modernizzazione (dal contrabbando di sigarette alla droga), dall’altro la polizia implacabile e spietata (i cui funzionari dovevano agire fuori dalla legge per aggirare le regole di uno Stato corrotto). In mezzo, grosso come una montagna, c’era Bud Spencer, il gigante buono, che tornerà a Napoli portando con sé Bodo, piccolo, nero e senza famiglia.

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