Diaz don't clean up this blood

La Storia, la vergogna, l'oblio

"La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale".

Queste le esatte parole utilizzate da Amnesty International per descrivere quanto accadde nel luglio 2001 nella scuola Diaz, prima, e nella caserma di Bolzaneto, poi. La ferocia che ha contraddistinto le azioni di alcuni membri delle forze dell'ordine è un fatto accertato, incontestabile, inaudito; un fatto di cui un paese democratico non dovrebbe riuscire a sopportare la vergogna, eppure nessuno sa, nessuno ricorda. Nel mondo post 11 settembre, una coltre di doloroso silenzio è calata sugli eventi di Genova, nascondendoli alla memoria di chiunque non avesse occhi e orecchie puntanti sulla vicenda. "Mi pare sia morto un ragazzo", "I black block hanno spaccato tutto", qualcuno – forse – ricorda il nome di quel ragazzo, ma del global forum del luglio 2001 la stragrande maggioranza delle persone ricorda (o sa) davvero poco, molti giovani non ne hanno mai neppure sentito parlare. E allora ecco che un film può assumere i connotati della coriacea resistenza al desiderio di cancellazione del passato; ecco che da puro mezzo d'espressione artistica un film può diventare documento di tutto quanto è stato, di tutto quanto è accaduto, dei fatti che nessuno dovrebbe avere la forza o la voglia di ignorare, pena il tragico riproporsi delle medesime vicende. Non si tratta di complottismo, di fantapolitica o, semplicemente, di un futuro lontanissimo. Lo stiamo vedendo in queste settimane: il riproporsi dello stesso schema che ha portato alla vergogna di Genova sta lentamente ricostruendosi. Gli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti no TAV assumono sempre più i contorni di una battaglia tra eserciti nemici; si tratta degli stessi contorni oscuri, indefiniti, che hanno fatto da cornice agli accadimenti di Genova. Ed è proprio in questa zona d'ombra che si perde il confine tra quel che è lecito è quel che è criminale; è qui che l'orrore ha facoltà di riemergere dagli abissi.  Abbiamo già respirato quest'aria, conosciamo fin troppo bene il clima in cui si annida, pasce, sorge e s'impone l'immondo germe della violenza fine a se stessa, della tortura come strumento di rivalsa e umiliazione, dell'assassinio.

Il Film, in uscita il 13 aprile

"Un popolo che ignora il proprio passato, non saprà ,mai nulla del proprio presente", così diceva Indro Montanelli e nulla potrebbe mai sconfessare questa semplice verità. Lo sa bene Domenico Procacci, produttore del film Diaz, lo sa bene Daniele Vicari, regista della pellicola, lo sa bene chi – in questi lunghissimi anni – ha seguito l'intera vicenda con passione mista a frustrazione. Occorre – però – che lo sappiano tutti; è necessario che ogni cittadino di questo paese ricordi o apprenda che nel luglio 2001, nella civilissima Italia, molti membri delle forze dell'ordine si sono macchiati di crimini  vergognosi, impronunciabili; crimini che il film racconta con precisione chirurgica prendendo in considerazione solo ciò che è storicamente e giuridicamente accertato; crimini per cui, grazie alla complicità di una politica miope e incapace di rispondere adeguatamente alla ferita a morte inferta alla nostra democrazia, nessuno ha pagato quel che c'era da pagare.

Le parete grondanti sangue del complesso scolastico genovese parlano fin troppo chiaro, il tentativo di costruire false prove a carico di chi si trovava all'interno della scuola è – a tutti gli effetti – un dato acquisito in sede processuale, le torture e le umiliazioni inflitte senza alcuna pietà e – anzi – con sadica ferocia non sono semplicemente "una delle versioni" della storia, sono La Storia. Don't clean up this blood (Non ripulite questo sangue) è la frase scritta a mano su un cartello che una ragazza affigge sulle finestre della Diaz, un modo per dire nessuno si azzardi a cancellare, nessuno si azzardi a insabbiare, nessuno si azzardi a dimenticare quel che è accaduto tra queste mura. È questa l'orribile storia al centro della narrazione del film Diaz. Si tratta del coraggioso tentativo di ricordare a un paese che – per sua natura – ha difficoltà a conservare limpida la propria memoria storica, che anche nella civile Italia, in quella stessa nazione da cui troppo spesso partono pesanti e grossolani giudizi verso i "regimi antidemocratici" che popolano la terra, sono stati commessi reati paragonabili alle più note torture di Abu Ghraib. E non si tratta di un'iperbole.

Il film è un calcio nello stomaco, le immagini di insensata violenza che scorrono sullo schermo sono spesso insopportabilmente dolorose, così potenti e vere da generare nausea, pianto. Ma si tratta della verità, e davanti alla verità non è lecito girare la testa altrove, fingere di non vedere e non sapere; la verità va sostenuta con coraggio, conoscere è l'unico modo per imparare a ri-conoscere i sintomi della malattia che sembra tornare a colpirci, inesorabile. Occorre impegnarsi affinché non accada ancora. Sono ancora molti i cittadini che ignorano che nel nostro paese non esiste il reato di tortura. L'Italia, pur essendosi impegnata fin dal 1988 a introdurre tale reato, ancora si rifiuta di inserirlo nel proprio ordinamento. Questo ha fatto sì che la maggior parte dei crimini commessi alla Diaz e a Bolzaneto, che pure sono stati accertati, cadessero in prescrizione. Questo potrebbe consentire alla storia di ripetersi. Nessuno ha mai pagato per quanto accadde a Genova; anzi, molti degli agenti e ufficiali coinvolti sono stati promossi. Ecco perché il film di Daniele Vicari è molto più di un'ottima opera d'ingegno: è la necessaria narrazione di quanto accaduto nel 2001 all'indomani della morte di Carlo Giuliani; è l'ostinato desiderio di rendere noto a tutti quanto è stato già provato in sede giudiziaria. Nel corso di centodiciotto minuti, Diaz – Don't clean up this blood racconta solo quanto esiste all'interno delle carte processuali, senza piegarsi a nessuna ideologia preconcetta. Il film lascia che siano i fatti – quelli accertati – a parlare. Ciononostante, la pellicola ha subito uno tra i più cocciuti ostracismi mai verificatisi nel mondo del cinema italiano.

Quando si parla di Diaz si usa sempre la medesima apposizione, ovvero: "il film che nessuno vuole", e c'è più di una ragione per questo. Rai, Mediaset, banche, distributori, istituti di credito, tutti sono scappati di fronte al film, nessuno ha voluto averci niente a che fare. E questo perché Diaz, pur non avendo aspirazioni documentaristiche,  racconta fatti realmente accaduti e lo fa con straordinaria precisione, specie nella fase di ricostruzione delle violenze. Gli scenari, gli avvenimenti, tutto è raccontato con una maniacale attenzione al dettaglio, e i personaggi presenti nella pellicola altro non sono che gli alter ego di donne e uomini realmente coinvolti nei fatti della Diaz e di Bolzaneto. La ricostruzione delle loro vicende si basa su racconti diretti e atti processuali, nulla è lasciato al caso. Vicari, che firma anche la sceneggiatura, racconta di un gigantesco lavoro di studio, lettura, indagine e ricerca. La pellicola ha una struttura in cinque atti che ricorda lo schema delle grandi tragedie classiche, il che restituisce in pieno il valore di un racconto dalle sfumature epiche. Si tratta di un film corale che abbandona la classica struttura in tre atti, spesso fondamentale per raccontare con compiutezza l'arco narrativo del personaggio principale, per far sì che – su tutto – vinca la storia, protagonista assoluta della narrazione.

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L'incontro tra Procacci, Vicari e le principali testate web

Lo scorso 27 febbraio, Domenico Procacci e Daniele Vicari hanno chiesto di incontrare i redattori di cinema delle principali testate web. Ci hanno invitato a un evento che aveva lo scopo di illustrare la fatica e l'ostinato desiderio di racconto che c'è dietro a Diaz – Don't clean up this blood. "L'ambizione, la speranza che abbiamo è che questo film venga visto da persone che erano troppo giovani per poter essere a Genova nel 2001", queste le parole con cui Procacci ci accoglie all'interno del Politecnico Fandango di via Tiepolo. Il produttore non fa mistero del suo coinvolgimento emotivo e racconta con partecipazione la genesi del progetto: "Tutti nasce la mattina dl 14 novembre 2008, all'indomani della sentenza di primo grado sui fatti della Diaz. Condividendo il sentimento di chi urlava ‘vergogna, vergogna', abbiamo deciso di dar voice a una storia che rischiava di essere dimenticata". Ma il film non è la sola opera pubblicata da Fandango in relazioni agli eventi del global forum di Genova, Procacci ha già prodotto un documentario – Black Block di Carlo A. Bachschmidt, presentato nella scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia –  e ha pubblicato il libro di Alessandro Mantovani – Diaz, processo alla polizia. Ma il film di Daniele Vicari rappresenta la summa di tutto quello che, negli anni, la Fandango ha voluto fare per raccontare i fatti di Genova. "È un film che ha una grande importanza" – conclude Procacci – "sia per me che per Daniele".

Al termine della presentazione di Procacci, interviene Daniele Vicari, che ci illustra quanto – di lì a poco – potremo vedere in anteprima assoluta: il trailer e dodici minuti del film. La pellicola è multilingua, ma le parole non hanno un'importanza determinante, il film è girato perché tutti possano comprendere quanto accade sullo schermo. Vediamo i primi sei minuti del film, quindi un piccolo estratto in cui vengono presentati i personaggi, infine le scene relative all'irruzione all'interno della Diaz. Le immagini che scorrono sullo schermo sono dense, la sensazione di profonda ingiustizia permea ogni singolo frammento. Il film si apre sull'immagine di una bottiglia che, lentissimamente, si ricompone in seguito all'impatto con il suolo, la macchina da presa segue l'oggetto nella sua rotazione in rewind, fino a quando non torna nelle mani del ragazzo che l'ha lanciata. "Quella bottiglia" spiega Vicari "rappresenta l'orologio del film"; l'idea nasce dalle molte contraddizioni che hanno caratterizzato le testimonianze degli agenti riguardo l'irruzione nella scuola. Inizialmente, nel verbale della polizia si giustificava l'irruzione riportando un "fitto lancio di oggetti" che – stando alla ricostruzione degli agenti – sarebbero stati lanciati dai manifestanti che si trovavano all'interno della scuola. Con il procedere delle indagini e con l'acquisizione di foto, video e documenti, il "fitto lancio di oggetti" è diventato il lancio di "diverse bottiglie", poi di "qualche bottiglia", infine di "una bottiglia", ma non esiste prova documentata neppure di quella.

Al termine dell'incontro, Procacci e Vicari ci "rivelano" lo scopo dell'incontro, e lo fanno attraverso le parole dell'art director di Fandango – Federico Mauro – che racconta quale sarà la strategia promozionale del film e chiede supporto alle testate web per far sì che la storia riesploda nella coscienza collettiva. "Non si tratta solo di promuovere il film" dice Mauro "vogliamo raccontare un fatto storico". Per far questo, a breve Fandango userà il sito del film come contenitore di tutte le testimonianze (testi, video e fotografie) che gli utenti vorranno condividere in relazione ai fatti di Genova. Un modo come un altro per sottolineare che certe tragedie riguardano tutti, e che se non restano vive nella memoria storica di un paese è anche colpa di chi – per pigrizia o indifferenza – non si preoccupa di fare in modo che certi accadimenti non vengano dimenticati.