Nell'attesa che la Pixar decida ufficialmente di dare vita ad un cartone animato per soli adulti (ufficiosamente ne ha già fatti molti), "Inside Out" non ha deluso una sola delle aspettative di chi sia andato nelle sale immaginandosi un capolavoro. Se tutte le commedie al cinema fossero concepite con la stessa leggerezza ragionata adottata per cesellare questa gemma preziosa, forse vivremmo in un mondo migliore, e forse avremmo qualche "American Pie" in meno.

Ma visto che i 5 segreti di uno dei cartoni più belli usciti al cinema nell'ultimo decennio li conoscete già, la trama è cosa ampiamente nota se avete digitato su Google le parole adatte alla ricerca del cinema più vicino che trasmetta "Inside Out" e sapete tutto anche della splendida colonna sonora di Michael Giacchino, mi piacerebbe provare a dipingere con le parole una scena cui molti probabilmente assisteranno di certo, andando a vedere il nuovo film Disney Pixar nelle sale.

"Inside Out" pare trovare la chiave definitiva sulla narrazione di un sentimento che Pixar aveva tentato di sviscerare anche in opere precedenti come "Up" e "Toy Story 3": la nostalgia. Ce l'avete presente la nostalgia, no? quel sapore agrodolce associato ad un ricordo, la sensazione istintiva di voler tornare indietro prima di capire che sia giusto essere andati avanti? Ecco, quella. E se nei due cartoni precedenti, già di per sé monumentali e universalmente inseriti nella top ten dei migliori mai creati da Disney, la nostalgia era incarnata dai protagonisti in relazione alle loro vicende umane e sentimentali (l'anziano uomo rimasto solo dopo la morte della moglie), oppure a questioni semplicemente anagrafiche (Andy che cresceva e abbandonava i suoi giocattoli), in "Inside Out" quel sentimento è il terreno su cui poggia l'intero meccanismo mentale delle persone, la chiave di lettura attraverso la quale la storia sembra trovare la sua soluzione.

La protagonista del film è una bambina, Riley, che attraversa la prima crisi di identità durante il passaggio dall'età infantile all'adolescenza. Crisi che si risolve attraverso le avventure dei sentimenti nella sua mente, peripezie che si traducono, in lei, con lo sfogo risolutivo in un pianto. Non sbagliava Gramellini a definire il film un grande "elogio della tristezza", che è infatti uno dei personaggi della mente di Riley; ma credo che il pianto dei due genitori seduti in terza fila, ieri sera, al cinema, significasse che la tristezza vada elogiata quando riesce a tingere i ricordi senza comprometterli del tutto, lasciandoli vagare in uno spazio che ha come estremi il sorriso ed il pianto, la gioia e la tristezza, e che, essenzialmente, può essere definito solo come nostalgia. Non dubito che quei genitori abbiano pianto di ricordi, di nostalgia, o al massimo di comprensione. E il tutto è stato quasi più bello del film.