5 Ottobre 2021
09:00

Lovely Boy, il regista Francesco Lettieri: “Basta parlare di rinascimento napoletano”

Francesco Lettieri presenta Lovely Boy a Fanpage.it: “Non è solo un film sulla trap o sulla droga. È un film sul momento di scegliere o sul non scegliere”. E sulle comunità di recupero: “Oggi è cambiato il modo di assumere sostanze. Per la cocaina e per l’eroina, c’è una terapia. Per la poliassunzione, non c’è”. E sul terzo film: “Prima voglio tornare a vivere, i film arrivano dalle esperienze e dagli incontri”.

Lovely Boy è il secondo film di Francesco Lettieri, disponibile da lunedì 4 ottobre su Sky e sulla piattaforma streaming NOW. La pellicola, presentata alla Giornata degli Autori alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2021, racconta la storia di Nic, in arte Lovely Boy (Andrea Carpenzano), giovanissimo talento della scena musicale romana lanciato, insieme al rapper Borneo, verso il successo e la ribalta nazionale. Qualcosa si rompe quando Nic comincia a entrare in una spirale di autodistruzione, tra la droga e una progressiva spersonalizzazione di sé. Il percorso in una comunità di recupero sulle Dolomiti lo aiuterà a ritrovare equilibrio, offrendogli una seconda possibilità. Il regista Francesco Lettieri spiega e racconta il film in una conversazione con Fanpage.it, che parte proprio citando uno dei momenti più importanti di "Lovely Boy".

"La vita di un tossico è una vita di merda. Ma è una scelta nostra". Questo è un momento chiave di un film che, più che sulla trap e più che sulla droga, mi sembra essere un film sulle scelte e sullo stare al mondo. 

Sicuramente sono d’accordo sul fatto che non sia un film sulla trap e sulla droga. È un film sul momento di scegliere, anche sul non scegliere. Perché Lovely è un personaggio che non ha una direzione chiara, non fa delle scelte e a un certo punto si trova costretto a farne.

C'è un grande Andrea Carpenzano in questo film. 

È un attore molto giovane ma, per l’età che ha, credo sia l’unico ad avere così tanti film da protagonista. Ha questa capacità, che poi è quello che cerco io, di mettere insieme un approccio naturalistico, da non professionista, con le capacità di un attore che in realtà è un professionista. Io cerco sempre persone reali e non attori, per questo film però, dove c’erano tante scene complesse, sarebbe stato impossibile puntare su un volto diverso dal suo.

Com'è stato lavorare con lui? 

Andrea è uno che ha le idee molto chiare. È arrivato a girare con delle idee già ben chiare sul personaggio. È romano, è di quella generazione, conosce l’ambiente della musica e mi ha dato una grande mano a far prendere al personaggio anche una direzione diversa da quello che avevo scritto. Il lavoro è stato a quel punto anche assecondare quelle che erano le sue sensazioni, perché abbiamo raccontato un mondo che è più suo che mio.

Le produzioni musicali del film spaccano. Come e con chi ci hai lavorato? 

Quando ho scritto questo film, il primo dubbio era proprio relativo a questo: un film sul mondo della musica di oggi deve essere credibile in tutto e per tutto. Raccontiamo un mondo come quello della trap dove ogni disco che viene pubblicato, diventa vecchio dopo un mese. Sono molto contento del lavoro che abbiamo fatto. Sono canzoni che hanno una loro identità, non scimmiottano altro, hanno un proprio suono. Tutti i brani sono prodotti da Paco Martinelli così come i testi in collaborazione con Ilaria Formisano (voce dei Gomma, ndr).

L’inquadratura di Lovely che guarda il video di Missy Pussy X è un po’ una chiusura di un cerchio? Un modo di sottolineare come questo sia un mondo che mastica e sputa tutto quello che incontra? 

Il cerchio più che chiuso, per me resta aperto. In quel momento Lovely non sa cosa gli succederà. Forse ha trovato se stesso, ma non ha ancora trovato una direzione chiara. Quel momento che citi, per me, è un sorriso a Padella (Riccardo De Filippis, ndr), il suo riscatto. Credo sia uno dei personaggi più belli del film.

Ecco, parliamo di Padella che dice: “C’è sempre uno che ci mette il cuore e uno che ci mette la testa. E quello che ci mette il cuore se la pija sempre nel culo”. Non si vedeva un Riccardo De Filippis così bello dai tempi di Romanzo Criminale. 

Riccardo è bravissimo. È un attore che riesce a lavorare sui personaggi con grande meticolosità. Non viene dal mondo della musica, a differenza di tanti attori giovani nel cast, eppure il suo Padella è così credibile. Questa vecchia gloria del rap romano che si ritrova a fare da manager a due ragazzi che lo trattano malissimo, un personaggio tragico e patetico, al limite della macchietta e lui è stato veramente molto bravo.

Ho visto che hai portato con te dal precedente film anche Gennaro Basile.

Genny l’ho conosciuto ai provini di Ultras. Lui ha una storia di ex “ultras”. Lui non faceva l’attore, ci siamo incontrati per caso ed è stato uno dei personaggi che, a sorpresa, si è preso grande spazio in Ultras. Volevo portarmi qualche attore in più, ma in un film ambientato tra Roma e le Dolomiti, un personaggio napoletano era abbastanza. Mi ha fatto piacere lavorare con lui, che è una persona che dà il cuore nel lavoro.

A Venezia si è parlato di rinascimento napoletano per i tanti film in concorso, per Toni Servillo protagonista in tre film e qualcuno ha parlato di grande opportunità, qualcuno ha parlato di limite. E poi c’è un film come il tuo, che di napoletano in realtà non ha niente, se non te stesso. 

Questo rinascimento napoletano dura dal rinascimento stesso. Ogni volta si parla di “rinascita” ma in realtà Napoli è proprio come Roma, fa parte delle realtà del cinema, del teatro. Non è certo quest’anno che il cinema napoletano è rinato. Non c’è un periodo in cui Napoli non c’è. Credo sia una costante. Poi limite o meno, non credo a questo. C’è chi parla solo di Napoli, chi come me fa un film ambientato a Roma. Il cinema è bello perché racconta storie diverse, Napoli o Amazzonia cambia poco: l’importante è che siano belle storie.

Da un paio di anni è rientrata la narrazione delle comunità di recupero, anche se parlarne sembra ancora una sorta di tabù. 

Il problema delle tossicodipendenze è un problema che esiste da sempre. Daniele Del Plavignano, uno dei personaggi del film, interpreta se stesso. Ha fatto l’operatore di una comunità per dieci anni e le sue esperienze le ho volute mettere tutte in questo film. Le nostre conversazioni erano tutte sul passaggio dalle droghe “vecchia maniera” a quelle contemporanee, fino alla poliassunzione.

Che è il vero dramma di oggi. 

E il film prova a parlare anche questo: di come sia cambiato il modo di assumere sostanze e di come non si sia trovata soluzione. Per la cocaina e per l’eroina, c’è una terapia. Per la poliassunzione, non c’è. Questa problematica è reale.

Al terzo film già ci stai pensando?

Non tanto. Voglio tornare a vivere. I film arrivano dalle esperienze e dagli incontri. Questo film ce l'avevo già in testa mentre giravo Ultras, poi per due anni siamo rimasti chiusi in casa e pensare a un film dalla propria cameretta, è sbagliato. Voglio prendermi il tempo di trovare delle storie, non farmi prendere dalla fretta che ci circonda di dover per forza produrre qualcosa pur di produrre.

Ti piace leggere? Stai leggendo qualcosa in questo momento? 

Sì, leggo tanto. Durante la pandemia ho cercato di fare una maratona “un libro classico e un libro contemporaneo”. Poi, però, ho abbandonato dopo un paio di classici e ho cominciato a leggere solo contemporanei.

L’ultimo contemporaneo che hai letto?

Sto leggendo “American Psycho”, che poi è un classico contemporaneo, ma è tosta perché mi fa venire un sacco di incubi. L’ultimo, invece, che ho letto e mi ha aperto la mente è “La città dei vivi” di Nicola Lagioia. Ha un modo molto intelligente di raccontare un fatto di cronaca e una città nel periodo che stiamo vivendo.

Da farci un film…

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