Parlare di Massimo Troisi a 25 anni dalla sua morte sembrerebbe quasi un obbligo, un dovere per chi, come me, è nata a Napoli, per chi quella timidezza un po' goffa ce l'ha nel sangue, la sente evaporare dalla pelle. Ma forse il perno di questo discorso, di questo "elogio" sta proprio qui: c'è bisogno di un anniversario per ricordare un uomo che ha segnato, in maniera indelebile, il modo di guardare e di percepire il mondo che ci circonda? Ecco, io credo che la risposta, la più sincera che si possa dare sia una: No.

Non ne abbiamo bisogno, ma non per peccare di superbia, semplicemente perché come una persona a cui si vuole bene, ma che non potrai vedere più, Massimo Troisi è qui. Il suo ricordo non può essere sradicato dall'essenza della sua città, il suo ricordo è Napoli, è la sua parlata titubante, quel suo gesticolare tanto, troppo, partenopeo, quegli intercalari così noti e familiari. Massimo Troisi non è solo parole, è un insieme di luoghi e di riti è quella strada, Via Mariconda, che dà su Via Crispi nel quartiere Chiaia di Napoli, attraversata da quelle scale, quei 20 gradini saliti a fatica con Lello Arena accanto, bagnati dalla pioggia in un mare di discorsi contorti e dal sapore quasi filosofico in "Scusate il ritardo". È la preghiera a San Gennaro, perché magari è la volta buona che questa grazia arriva, è l'arte di arrangiarsi, di vedere il buono che c'è nella vita e riconoscerlo, anche perché: "Tre cose mi so' riuscite nella vita, ma perché aggia perdere pure chest? Aggià ricomincià da zero? No, da tre!". È la genialità dell'essere semplici, quasi ingenui, nello sperare che un vaso possa muoversi con la forza del pensiero, per quella concezione tipicamente napoletana secondo cui la vita ti può cambiare solo con un evento eccezionale.

Massimo Troisi è quell'intelligenza sottile che si percepisce nella sagacia con cui anche le piccole cose vengono descritte, con quella maestria nel sembrare sempre insicuri eppure avere una grande verità nel cuore, quel desiderio di dimostrarsi sempre al di sopra di ogni aspettativa, ogni pensiero, e scoprire di non riuscirci; sentirsi inadeguati e capire che è proprio in quell'inadeguatezza che si nasconde un modo d'essere sincero, puro, senza sovrastrutture e nostalgicamente vero.

Ecco, Massimo Troisi ha insegnato a chi ha avuto il piacere di guardare i suoi film, di toccare con mano il suo estro, cosa significa vivere nella consapevolezza di avere dei limiti, eppure riderne, giocarci in maniera malinconica, fintamente rassegnata e inconsapevole. I suoi personaggi sono uomini con debolezze, attanagliati da incomprensioni, sono l'emblema di chi, nonostante tutto, cerca di rimanere se stesso, chi si pone domande, chi vive nelle sue stranezze, nelle sue paure. Insomma, ci sarebbe tanto da dire, da scrivere su quello che è stato Massimo Troisi per chi lo porta nel cuore, per chi ogni volta che sente il nome "Massimiliano" non può far altro che essere viziato dal suo ricordo e pensare che sia, indubbiamente, una persona scostumata, senza nemmeno conoscerla e ridere, poi, di questa convinzione fallace. Ci sarebbero emozioni da scrivere se ci si accosta alla musica di Pino Daniele, a quell'intrecciarsi di poesie che hanno fatto grande, immortale Napoli e che, forse, molto spesso, ognuno di noi non ricorda con la foga necessaria.

No, non c'è bisogno di un anniversario per dare voce alla memoria di un uomo la cui espressività è diventata immagine viva di un'appartenenza, simulacro di un popolo così strano, così irriverente, anarchico e magicamente unico come quello napoletano.