Quali sono gli ingredienti per dire di un film che è un cult? Probabilmente il fatto che mescoli un racconto intriso di nostalgica ironia, con una modalità di usare la macchina da presa in maniera diversa, a tratti documentaristica,  oltre che una sceneggiatura impeccabile, potrebbero già portarci sulla buona strada per individuare gli elementi fondamentali di una pellicola che, dopo anni, si identifica ancora come un film di culto. E Pasqualino Settebellezze, il film diretto da Lina Wertmüller, lo è. Era il 1975, quando l'opera della regista romana fu diffusa nelle sale e solo l'anno dopo, nel 1976, fu candidata all'Oscar come miglior film straniero, miglior regia, migliore sceneggiatura ed infine miglior attore protagonista.

Un film tragicamente grottesco

Pasqualino Settebellezze può essere definito, senza troppa fatica, una tragicommedia, in cui il gusto per il grottesco emerge in maniera naturale, quasi consequenziale alla bravura del protagonista Giancarlo Giannini, che trascina lo spettatore con il suo fare da pseudo criminale. Sì perché in questo film emerge quella sarcastica filosofia del "vorrei ma non posso". Pasquale Frafuso è un camorrista napoletano che, per garantirsi una certa rispettabilità tra la gente della malavita, si barcamena in una Napoli degli anni Trenta, dipinta nel suo folklore e nella sua irriverenza.

Il suo primario obiettivo è quello di mantenere l'onore della sua famiglia, preservando le sue sette sorelle, note per il loro temibile aspetto, ma sarà proprio il disonore di una di queste, la procace Concettina, che a sua insaputa è stata introdotta in un bordello, a dare il via ad una serie di disgrazie che accompagneranno Pasqualino per tutta la durata del film.

Giancarlo Giannini incarna perfettamente quella strafottenza tipica del malavitoso che si sente onnipotente, ma anche di un uomo tarato che non sa destreggiarsi tra le disavventure che gli si presentano davanti. Deciso a vendicare l'onore della sorella, uccidendo chi l'ha costretta a prostituirsi e consumando l'omicidio in una scena dal sapore western, con primo piano fisso sugli occhi dei due rivali, il protagonista della pellicola finisce per essere internato, a causa di una infermità mentale per la quale dovrà stare 12 anni in manicomio. Ed è forse il male minore, considerando che dopo questa forzata prigionia, procuratagli da un avvocato per niente scaltro, Pasqualino dovrà imbattersi nelle brutture della guerra, prigioniero, ora che avrebbe potuto godere della sua libertà.

Quelle nefandezze che generano una risata

Lina Wertmüller costruisce un film in cui la dimensione realistica delle vicende raccontate, documentata dai cinegiornali dell'epoca che ricalcano il periodo fascista, è un modo per tenere ancorato lo spettatore ad un frammento di verità in un vero e proprio caos di situazioni altalenanti. La regista, che ha sempre strizzato l'occhio al reportage, introduce questa vena quasi ritrattistica nel descrivere personaggi e luoghi: le zone pittoresche della città partenopea all'improvviso sono sostituite dalla cupezza dei manicomi criminali, per arrivare al terribile declino dei campi di concentramento.

La grandezza di questa pellicola si nasconde nella sua capacità, tipica di un modo di fare cinema, di potersi burlare anche delle nefandezze dell'uomo, finanche della guerra ricalcata nella sua assurdità. Le azioni più abiette e terribili vengono riproposte sullo schermo senza remore, come  accade per la violenza ai danni della donna in manicomio e La Wertmuller ritrae il suo protagonista come un uomo amorale, ancor più assurdo e dissacrante nella sua amoralità, un uomo che, come dice la canzone che fa da sottofondo all'intera pellicola, "tira a campà".

Ed è questa la filosofia che sottende alla trama del film, ovvero quella concezione, tipicamente campana, per cui è giusto prendersi quello che la vita offre di buono, o più semplicemente quello che può offrirci, seppur ricorrendo ad espedienti non condivisibili da opinione e morale comune.

L'incarnazione della mentalità italiana

Pasqualino Settebellezze è l'incarnazione della mentalità italiana propensa alla tragedia, ma legata da un doppio filo alla farsa, tipica di quell'uomo che vuole evolversi, ma anche non trova mai il tempo e la modalità giusta per farlo. Gli occhi verdi di Giancarlo Giannini, la sua voce all'epoca del film meno cavernosa di quella attuale, quel mondo che non esiste più che gli fa da contorno, le musiche di Enzo Jannacci, sono stati oggetto di un accurato restauro, ad opera Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale e Genoma Film che vedrà la pellicola in una nuova vesta proiettata a Cannes nella sezione Cannes Classic, alla presenza della regista e del suo interprete.