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Pif: “L’Italia non è un Paese per giovani, il futuro mi mette i brividi”

In tutti questi anni, dal primo lavoro in tv a “La mafia uccide solo d’estate” al cinema, Pif non è mai cambiato. Ha creato e immaginato; è passato da un’emittente all’altra, ha fatto la Iena, è arrivato in Rai, e poi ha scritto libri. Fanpage.it lo ha incontrato per questa lunga intervista su passato, presente e futuro di un Testimone chiave dell’evoluzione della sua anima artistica: se stesso.
A cura di Gianmaria Tammaro
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In tutti questi anni, dal primo lavoro in tv a “La mafia uccide solo d’estate” al cinema, Pif non è mai cambiato. Ha creato e immaginato; è passato da un’emittente all’altra, ha fatto la Iena, è arrivato in Rai, e poi ha scritto libri. Attivista e sempre in prima linea, è stato il volto-chiave di una vera e propria rivoluzione: con Il Testimone ha riportato l’attenzione sulle storie e sui personaggi; è riuscito a intrattenere senza mai tradirsi, e ha valorizzato il punto di vista dell’uomo comune senza mai banalizzarlo.

Ancora adesso, quando deve parlare di un nuovo film, sente la stessa emozione e la stessa ansia. Alla Festa del cinema di Roma, in anteprima, ha presentato “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, prodotto da Wildside, Vision Distribution e I Diavoli, in onda su Sky Cinema Uno il 29 novembre e disponibile subito dopo su Sky on demand e NOW.

È un film che gioca con gli estremi, che parla di app e di lavoro, e di una visione distorta, quasi disturbante, di socialità. L’idea, dice Pif, “era quella di raccontare l’Italia tra trenta, quarant’anni: non ci sono macchine volanti, ma c’è un’evidentissima deformazione della realtà. Il titolo suona come un avvertimento: se non facciamo niente, è questo quello che ci aspetta. La tecnologia, che è nata per rendere la vita più semplice, sta prendendo il sopravvento”.

In che senso?

In un primo momento era l’uomo a essere al centro delle cose, oggi è quasi il contrario. E in questo film mostriamo proprio questo capovolgimento.

Durante i primi minuti del film, c’è una festa in maschera. Sono tutti vestiti da nazisti. E nessuno sembra preoccuparsene.

Perché per loro non è un problema. A furia di sdoganare, di ripetere che il fascismo è morto, nessuno si pone più il problema. Se non ci indigniamo ora, se non interveniamo, rischiamo seriamente di convincerci della normalità di questa situazione: e questa cosa non va bene. Abbiamo visto tutti quello che Fanpage ha scoperto.

In “E noi come stronzi rimanemmo a guardare” non interpreta il protagonista. È la prima volta.

All’inizio pensavo di farlo. Ma se c’è una cosa che ho capito durante il secondo film (“In guerra per amore”, 2016) è che non è facilissimo fare sia il protagonista che il regista. E così ho trovato Fabio De Luigi per il ruolo di Arturo Giammarresi.

L’Italia che racconta non è un paese per tutti.

Il protagonista ha 48 anni e non riesce a trovare un lavoro perché, in questa realtà, nessuna azienda accetta chi ha più di 40 anni. La sua unica possibilità è questo impiego in questa grande azienda: paga misera e pochissimi riconoscimenti.

Nella nostra Italia, spesso quelli più svantaggiati sono i giovani.

Quando ho cominciato a lavorare, all’inizio degli anni ‘90, il sistema stava già dando i primi segni di cedimento. Oggi la situazione è veramente preoccupante. Se penso alla condizione dei ragazzi, mi vengono i brividi. Tutto è stato rimesso in discussione e non ci sono più certezze.

La sua prima esperienza nel mondo del cinema è stata sul set di “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli (1999).

In realtà, io dovevo semplicemente occuparmi del suo cane. Mi sono sempre spacciato per il suo assistente, ma il mio compito era unicamente quello. Anche così, ho avuto la possibilità di stare su un grosso set e di poter vedere da vicino il lavoro di una produzione internazionale. Zeffirelli, in qualche modo, sembrava provenire da un’altra epoca.

Poi ci sono stati “I cento passi”.

E fortunatamente Marco Tullio Giordana non aveva un cane, e nemmeno un gatto. La verità, però, è un’altra. Nei film grandi, soprattutto se sei il nuovo arrivato, è difficile avere compiti particolari e gratificanti; in quelli piccoli, invece, vieni immediatamente coinvolto, perché conta l’aiuto di tutti. Ed è sicuramente più istruttivo.

Come ha conosciuto Ettore Scola?

L’ho incontrato perché le figlie, Silvia e Paola, avevano deciso di fare un documentario su di lui, e serviva un intervistatore. E tra i nomi fatti c’era anche il mio. È stato Ettore a scegliermi. Aveva visto La mafia uccide solo d’estate, e gli era piaciuto molto.

Che cosa ricorda?

Sono stato fortunato; l’ho conosciuto nell’ultima parte della sua vita, è vero, ma ho potuto godere di un’incredibile intimità. Spesso, la domenica, andavo a pranzo con tutta la famiglia Scola.

Quest’anno, su Sky e su NOW, è tornato Il Testimone. Nona stagione.

Il covid ci ha un po’ rallentato, e non ho fatto grandi viaggi: non sono andato molto lontano. E girare in strada, in questo periodo, non è stato facilissimo. Ma sì: siamo tornati. Sono stato a Lampedusa, ho passato una giornata intera con Mika, sono stato in un’accademia di polizia, e poi sono stato con i the Jackal.

Come si è trovato?

Sono un fan, e si noterà nel mio racconto. Ma mi piace moltissimo l’idea di quello che hanno fatto; sono riusciti a creare una factory vera, concreta, che produce, rimanendo a Napoli. E poi non giocano sempre con i luoghi comuni.

Secondo lei, perché in questi anni non c’è stato un vero erede de Il Testimone?

Dipende molto dalle persone. E Il Testimone è un programma incredibilmente personale. La differenza la fa chi racconta. Forse comincio a essere nostalgico.

Perché?

Ho proposto questa idea a MTV quando avevo 34 anni. E sapere che ancora oggi le persone guardano le vecchie puntate e sono felici di poter vedere una nuova stagione mi riempie di orgoglio.

Che cosa ricorda del primissimo Testimone?

Quello a MTV è stato sicuramente uno dei periodi più belli della mia carriera. E parlo proprio di lavoro. MTV era una realtà piccola, una televisione commerciale ma di nicchia; ti sentivi fortunato e libero. La stessa cosa mi è successa anche con Sky. L’importante, per un programma come Il Testimone, è trovare la casa giusta.

Ha mai pensato di fermarsi?

Voglio continuare finché avrò le forze per andare avanti.

Che cosa ha capito in questi anni?

Mi sono accorto che, fisicamente, è proprio stancante. Andare in giro, montare: è veramente tosta. I primissimi tempi facevo tutto da solo; adesso, alle 11 di sera, saluto tutti e vado a casa.

È diventato più serio, più cinico?

No, in quel senso non è cambiato nulla. L’unica cosa ad essere cambiata è il mio fisico. Non riesce più a tenere il passo. La voglia di fare le mie domande c’è sempre, ed è proprio su questa curiosità che si basa il programma.

Qualche tempo fa, per Rolling Stone Italia, ha intervistato Steven Spielberg. E quello è stato un primo ritorno, anche se non ufficiale, de Il Testimone.

Sì, diciamo che è stato una specie di spin-off. È stato un momento veramente meraviglioso. Quando me l’hanno proposto, la mia prima risposta è stata no. Perché ero profondamente emozionato. Poi, però, ho accettato. E meno male.

Che cosa ha provato?

Quando vedi Spielberg che si eccita all’idea di fare un’intervista con una telecamerina, e quando lo senti dire: bella questa idea, sei felicissimo. Perché sta facendo un complimento al tuo programma, a quello che hai fatto per tanto tempo, e lui – ovviamente – è Spielberg. Quando sognavo di fare il regista, io pensavo ai suoi film, e in quei film io ho sempre trovato una sorta di incoraggiamento.

Non ha intervistato altri registi per questa stagione de Il Testimone?

Si vede il collega Spike Lee (ride, ndr), ma è una clip di un’altra puntata. No, non ci sono altri registi. Alla Festa del cinema di Roma, però, ho preso il dolce con il collega Quentin Tarantino.

E com’è andata?

Gli dicevo che in Bastardi senza gloria, in una delle scene finali, i personaggi hanno l’accento siciliano. E lui: no, guarda, parlano perfettamente in italiano. E io insistevo sull’accento siciliano: volevo convincerlo.

“E noi come stronzi rimanemmo a guardare” è uscito in sala solo per pochi giorni. Le è dispiaciuto?

Non piango perché ho finito tutte le mie lacrime. Però capisco la situazione. Non c’erano altre soluzioni. Il film è un investimento economico. E se James Bond fa appena sette milioni di euro, io non posso dire niente.

Meglio Pif o Pierfrancesco?

Come attore sono Pif, e come regista Pierfrancesco Diliberto. Perché è Pierfrancesco che, da ragazzo, voleva fare questo lavoro. Pif è nato in tv, anni dopo. Alla fine però sono tutte e due le cose: non posso dividermi.

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