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Una volta Otto Premiger, attore e registra austriaco, parlando di Roberto Rossellini ebbe a dire che la storia della cinematografia si divideva in due ere: prima e dopo "Roma Citta Aperta" e, in un certo senso, aveva ragione.

Rossellini è sempre stato molto abile ad intepretare l'epoca in cui viveva, e così come fu abile narratore dell'Italia fascista – ricordiamo a tal proposito la "Trilogia della guerra fascista" composta da film poco noti ma che, all'epoca, ebbero un enorme successo: La nava bianca (1941), Un pilota ritorna (1942) e L'uomo della croce (1943) – allo stesso modo seppe dare un colore unico al ritratto dell'Italia post-bellica, quella spezzata, violentata, senza più voce, ma in cui era rimasta viva una scintilla di resistenza, anzi due: cattolici e comunisti. Ma la verità è che un film come Roma città aperta, pur avendo "fatto le regole" del neorealismo, non le ha propriamente rispettate. E forse è anche per questo che è stato in grado di segnare il passaggio dal vecchio al nuovo, dal prima al dopo, come fosse stata una porta aperta sul tempo da cui, ancora oggi, è possibile vedere quello che è stato e quel che sarà: contemporaneamente.

RomaCittaAperta

È curioso notare come il film che viene considerato da molti il Manifesto del neorealismo sia, in realtà, il meno neorealista dei film di quel periodo. Gli attori principali sono per lo più professionisti (due nomi su tutti: Anna Magnani ed Aldo Fabrizi, non certo alle prime armi), le vicende sono visibilmente romanzate (a tratti persino "epiche"), alla sceneggiatura c'è anche Federico Fellini che – come diventerà chiaro da lì a poco- con il "realismo" ha ben poco a che fare, e infine c'è un chiaro intento morale all'interno del racconto; una morale che sovrasta la narrazione squisitamente politica, quella dei fatti storici, del reale. Eppure il film era così violentemente attuale, incorciava in maniera così vivida le altre storie d'Italia, che l'Italia non fu in grado di accoglierlo benevolmente fin da subito. Gli eventi erano troppo freschi e dolorosi per poter essere rivissuti attraverso lo schermo. Il successo, infatti, arrivò solo dopo la consacrazione ottenuta negli States e, da allora in poi, la fama della pellicola non ha mai smesso di crescere.

Ma sarebbe riduttivo credere che la grandezza di Rossellini si esaurisca con la "Trilogia della guerra anti-fascista" – a cui appartengono, insieme a Roma città aperta (1945), Paisà (946) e lo splendido Germania anno zero (1946) – la verità è che senza l'influenza del cineasta romano, l'intera storia del cinema europeo, oggi, sarebbe diversa. Basti pensare a quanto l'opera rosselliniana sia stata di fondamentale ispirazione per tutti i componenti della Nouvelle Vague francese. Da Trauffaut a Godard passando per Chabrol e Rohmer, tutti riconoscono in Rossellini un maestro. E sono in molti a credere che se questi grandissimi autori non avessero fatto la conoscenza del regista italiano alcuni di loro non sarebbero mai passati dalla critica cinematografica alla regia. E sarebbe stata un vera tragedia.

C'è poi da considerare un ultimo aspetto dell'opera rosselliniana, un aspetto poco noto perché – di fatto – il lavoro che il Maestro tentò di portare avanti è rimasto incompleto, ma non per questo può essere considerato "minore".

Roberto Rossellini sognava di racchiudere in una sorta di "enciclopedia multimediale" l'intera storia dell'umanità e, da questo punto di vista, possiamo consideralo senz'ombra di dubbio un visionario, qualcuno che aveva visto le potenzialità inespresse del mezzo televisivo e subito ne aveva colto l'aspetto "didattico". Tant'è vero che subito dopo aver concluso le riprese di un altro dei suoi indiscussi capolavori, Il generale Della Rovere (1959) cominciò a maturare il desiderio di produrre un ciclo di serie per la televisione che potessero raccontare la storia dell'uomo, della filosofia, della scienza. E forse proprio sulla spinta di questo desiderio, decise di partire proprio dal racconto di come accadde che diventammo tutti italiani, ovvero, dalla storia di quella stessa Unità di cui oggi celebriamo il centocinquantesimo anniversario e che immortalò in Viva l'Italia! nel 1961, in occasione del centenario.

roberto rossellini viva l'italia

Ma, al di là dell'indubbia qualità del suo lavoro, Roberto Rossellini ha segnato la cultura italiana in un modo talmente profondo da essere a tutt'oggi percepibile. Il numero di fondazioni e festival che portano il suo nome, in qualche modo, sono la dimostrazione del fatto che al regista romano si riconosce una certa "unicità"; un'unicità che sta anche negli intenti mai realizzati, nella poetica, in tutto ciò che avrebbe potuto fare ma che, per via dell'arretratezza dei tempi, non ha fatto. Del resto, Rossellini riuscì nell'impresa di conquistare la donna più bella, intelligente ed ammirata di Hollywood, la regina del grande schermo Ingrid Bergman, e questo non può essere un caso.

Con tutta probabilità, l'unicità di Rossellini sta nella sua delicatezza, nella sua generosità, nel suo desiderio di raccontare grandi storie senza mai perdere di vista il reale, l'attuale, ciò che ferisce "qui e ora".

Forse è stato Claudio Magris, scrittore e germanista italiano, il primo ad aver colto l'essenza del regista romano quando disse che "Rossellini è del tutto alieno da ogni compiacimento autolesionistico, da ogni facile ideologia della denuncia. L'umanità, l'Italia che egli mostra dà un senso, alla fine, umanissimo e positivo della gente, del Paese. E questo senso positivo deriva proprio dal fatto che Rossellini rappresenta la realtà senza usare alcun filtro roseo, ma mostrandone anche i lati dolorosi, sbagliati. Ma presenta tutto questo con una calda umanità che finisce per fare onore non solo a lui, ma anche al suo e al nostro Paese".

L'Italia si rivela alla macchina da presa di Rossellini con la naturalezza di un'amante che ha, finalmente, incontrato qualcuno capace di sedurla, capirla, rispettarla, raccontarla.

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