sangue_e_cemento

6 Aprile 2009. La terra trema forte in Abruzzo. Pochi interminabili secondi che cancellano interi paesi e spezzano la vita di 299 persone. Il bilancio drammatico del sisma abruzzese rende inevitabile chiedersi: perché l’Aquila non si trovava nella fascia più alta di pericolosità sismica? Perché nessuna precauzione era stata adottata dopo l’inizio  dello sciame di scosse? Ma soprattutto, perché alcuni edifici si sono sbriciolati su sé stessi e altri no? Tanti interrogativi a cui, ad un anno dalla tragedia che ha colpito l’Abruzzo, prova a dare risposta il documentario Sangue e cemento prodotto dal collettivo di giornalisti, studiosi e cineasti Gruppo Zero (tra cui Thomas Torelli che ne ha curato la regia) e in uscita nelle sale italiane venerdì 2 aprile distribuito da Iris Film.

Un’inchiesta choc che racchiude nel titolo il suo intento di fondo: far luce sulle cause e le responsabilità di questa cultura della cementificazione selvaggia così difficile da sradicare nel nostro paese e che continua a mettere seriamente a rischio la vita di milioni di persone. Con un approccio razionale privo di fronzoli e spicciolo sensazionalismo, e un tono narrativo amaramente sarcastico affidato alla voce della iena Paolo Calabresi, documenti vivi del dolore dei sopravvissuti si intrecciano a testimonianze e interviste di sismologi, geologi, tecnici, rappresentati delle istituzioni, avvocati e giudici, chiamati a raccolta dagli autori per spiegare orrori ed errori di chi ha costruito male risparmiando su materiali e tecniche, di chi doveva controllare e se ne è lavato le mani, degli amministratori che hanno favorito speculazioni edilizie ed infiltrazioni della criminalità organizzata in una zona ad alta vulnerabilità sismica.

I terremoti sono disastri naturali che ci colpiscono inaspettatamente. Ma ci sono paesi nel mondo dove catastrofi simili non procurano danni né agli uomini né alle cose. Quanto è successo all’Aquila suggerisce una verità che è sotto gli occhi di tutti. La vera catastrofe non è opera delle forze misteriose della natura, bensì dell’uomo stesso. Si poteva evitare? Forse sì. Ma saperlo oggi conta ben poco.

Enrica Raia