Era il 6 ottobre 1984 quando nelle sale italiane sbarcava Così parlò Bellavista, primo film scritto, diretto e interpretato dal compianto Luciano De Crescenzo. La pellicola, tratta dall’omonimo libro del 1977, ha come protagonista Gennaro Bellavista (De Crescenzo), professore di filosofia ormai in pensione, che però continua a dare le sue “perle” di saggezza ai suoi amici. Una di queste, è la divisione dell’umanità in “Uomini d’amore”, come i napoletani e “Uomini di libertà”, con cui identifica, per esempio, i milanesi. La sua vita cambia proprio con l’arrivo, nel suo stabile, del dottor Renato Cazzaniga (Renato Scarpa), milanese e nuovo direttore del personale dell’AlfaSud. Puntuale, rigoroso e serio, è totalmente l’opposto di Bellavista. Nel frattempo, però, quest’ultimo deve affrontare un altro problema. Sua figlia Patrizia (Lorella Morlotti), aspetta un figlio dal fidanzato Giorgio (Geppy Gleijeses), architetto disoccupato, e quindi il professore li tiene in casa con lui. Un giorno, però, qualcosa sembra smuoversi. Lo zio di Giorgio vuole ritirarsi dal commercio e intende cedere il suo negozio di articoli religiosi proprio al nipote. Ma, purtroppo, dietro al suo ritiro c’è lo zampino della camorra. Sarà proprio Cazzaniga a sbrogliare la matassa, dopo essere rimasto bloccato in ascensore con Bellavista che, da uomo di libertà si accorgerà di aver sbagliato tutto perché quel milanese è un uomo d’amore.

Le massime e gli stereotipi di una Napoli da omaggiare

De Crescenzo era assolutamente a suo agio in un personaggio ideato e scritto da lui e si muove tranquillamente tra massime e stereotipi della sua Napoli, omaggiandola e regalando al mondo intero le sue immortali tradizioni, la positività, le abitudini e i personaggi macchiettistici che la rendono immediatamente riconoscibile. La sceneggiatura, scritta con la collaborazione di Riccardo Pazzaglia, è un collage di sketch tutti ben riusciti, che si snodano tra situazioni assolutamente surreali e spaccati di realtà tragicomiche non lontani dalla contemporaneità. Bellavista esaspera i suoi concetti, li porta all’estremo, ma i suoi racconti, i suoi amici, le sue idee, i suoi ideali e le sue paure sono quello che viviamo ancora oggi e, anzi, in alcuni casi, sono mille volte più tragiche e non si risolvono in una semplice distinzione tra “uomini d’amore” e “uomini di libertà”, ma assumono decine di altre declinazioni molto più degradanti.

I migliori attori dell'epoca e i meritati premi

Luciano De Crescenzo è il fulcro del film ma come satelliti scelse i migliori attori dell’epoca, dotati di un talento recitativo innato e che, per lo più, provenivano dalla scuola del grande Eduardo De Filippo. Tra questi, è impossibile non ricordare Isa Danieli (Maria, la moglie di Bellavista), Luigi Uzzo (Armando, il portiere), Benedetto Casillo (Salvatore, il vice sostituto portiere), Marina Ruffo (la vicina di casa), Aldo Tarantino (O’ Cavaliere, il suocero di Bellavista), Sergio Solli (Saverio, il netturbino), Gerardo Scala (Luigino, il poeta), Nunzio Gallo (Il camorrista), Vittorio Marsiglia (il regista fotografico), Franco Javarone (l’avvocato Russo), Antonio Casagrande (il detenuto), Marzio Honorato (il giudice), I Fatebenefratelli (i fratelli Pasquale e Vincenzo Sorrentino, gli imputati del processo), Nuccia Fumo (La vecchietta del bancolotto) e Antonio Allocca (“core n’grato”, l’esattore della camorra). A completare questo splendido quadro, ci sono la fotografia di Dante Spinotti e le musiche di Claudio Mattone. La pellicola riuscì a vincere 2 David di Donatello e 2 Nastri d’argento, andati al Miglior regista esordiente e alla Migliore attrice non protagonista, dando il via libera alla produzione del seguito, Il mistero di Bellavista, uscito nel 1985.