Il 17 aprile 1954 usciva, a Torino, “Miseria e nobiltà”, capolavoro assoluto della commedia italiana. Il film, tratto dall’omonima opera teatrale del grande Eduardo Scarpetta, risalente al 1888, è diretto da Mario Mattoli e ci riporta nella Napoli del 1890 dove vive Felice Sciosciammocca (Totò), ex sciupafemmine separato e senza un soldo, che cerca di sbarcare il lunario facendo lo scrivano fuori al Teatro San Carlo. Condivide un’abitazione fatiscente con il figlio Peppiniello (Franco Melidoni), la compagna Luisella (Dolores Palumbo), il suo migliore amico Pasquale (Enzo Turco), sfortunato fotografo, a sua volta sposato con Concetta (Liana Billi) e padre della bella Pupella (Valeria Moriconi). La loro condizione di estrema miseria sembra cambiare quando il marchesino Eugenio Favetti (Franco Pastorino), amico di Pasquale e innamorato della ballerina Gemma (Sophia Loren), figlia di un cuoco e per questo non amata dalla sua nobile famiglia. Favetti proporrà a Pasquale, Felice e al resto della famiglia di fingersi suoi parenti, impersonando membri della casata di Casador e Del Pero, escludendo solamente Luisella, per conquistare il cuore di Gemma senza ricorrere al consenso dei suoi genitori. Inevitabilmente, ne succederanno di tutti i colori.

I contrasti tra la miseria e la nobiltà in un film da storia del cinema

In soli 95 minuti, Mattoli seppe dar vita sul grande schermo ad una delle opere più divertenti di sempre, prendendosi naturalmente delle licenze, ma mantenendo lo schema della rappresentazione teatrale. Grazie alla fenomenale sceneggiatura scritta da Ruggero Maccari, “Miseria e nobiltà” è un incessante susseguirsi di gag al fulmicotone, intelligenti, mai volgari, costruite per creare equivoci e fare da cornice a situazioni al limite del surreale. Nella prima parte, il regista ci fa conoscere la vita “misera” di Felice, del suo amico Pasquale e delle loro famiglie ed è impossibile non ricordare le scene cult della dettatura della lettera da parte di un poveruomo a Felice che iniziava con “Caro Giuseppe cumpare e nepote” e che finiva con “…nun teng’ manc li soldi per pagare la lettera a lu scrivano che me sta scrivendo la lettera presente…” o quella della “spaghettata” con tanto di tarantella. Nella seconda, invece, c’è l’exploit definitivo di tutti i contrasti tra la miseria e la nobiltà, che si scontrano ma che alla fine si mescolano e ribaltano, mostrando l’estrema decadenza della seconda, debole quanto e più della prima che si diverte a scimmiottarla (sottolineandone limiti e punti deboli) con addosso baffi finti e vestiti lussuosi. Le ipocrisie e l’arroganza dell’alta borghesia sono messe alla berlina e “schiaffeggiate” da Felice e Pasquale, nuovi Pulcinella che per racimolare qualche soldo, o semplicemente per “mangiare”, mettono sul piatto simpaticamente e simbolicamente anche la propria dignità, dando vita ad una delle farse entrate di diritto nella storia del cinema.

Le scene e le frasi cult

Alle scene della lettera e della spaghettata si uniscono quelle della vendita del “paltò” di Felice per fare la spesa ma troppo modesto per poter comprare tutto quello che c’era nella lista dettata a Pasquale, manco fosse il “Paltò di Napoleone”. Indimenticabile è anche la scena dei gelati, divorati dai finti nobili come se non li avessero mai mangiati prima, ma anche quella della lite finale tra Luisella e Concetta con la frase/offesa cult: “Uè, funicolare senza corrente”. La sceneggiatura è piena di frasi che ci rimbombano in testa come “Vincenzo m’è padre a me”; “Io non faccio il cascamorto; se casco, casco morto per la fame”; “Qui si mangia pane e veleno. Pasquà, qua si mangia solo veleno!”; “Vedi se è buono, sennò desisti!” e soprattutto una di enorme impatto pronunciata da Felice/Totò: “La vera miseria è la falsa nobiltà”.

Totò, Sophia Loren e le altre star della pellicola

Il grande e inimitabile Totò era già stato nei panni di Felice Sciosciammocca nei film “Un turco napoletano”(1953), dove è un evaso che assume l’identità di un turco che aveva rapinato e ne “Il medico dei pazzi”(1954), dove l’uomo è il sindaco di Roccasecca. Qui il personaggio raggiunge l’apice massimo della comicità coadiuvato ovviamente da altre grandissime stelle del panorama cinematografico italiano che sono spalle ma anche personaggi a tutto tondo, mai nell’ombra. E’ importante ricordare Gianni Cavalieri, nei panni del ricco cuoco Don Gaetano, padre di Gemma; Franco Sportelli, cioè Vincenzo, il maggiordomo; il fenomenale Carlo Croccolo, irresistibile nei panni di Luigino, fratello di Gemma e innamorato di Pupella, che se ne va in giro dando del “Bellezza Mia!”a tutti quelli che gli si palesano davanti e Giulia Melidoni, ossia Bettina, moglie di Felice e quindi mamma di Peppiniello. La loro alchimia, il loro talento, il fatto di incastrarsi alla perfezione non hanno eguali e mantengono la stessa freschezza, lo stesso smalto e magnetismo di un film girato pochi anni fa, invece di dimostrarne ben 65. Questa è la magia che solo i grandi e inossidabili capolavori sanno creare.