Compie 80 anni Al Pacino, grande gigione del cinema e monumento vivente allo stile Actor's Studio (insieme al "compare" Robert De Niro cui viene costantemente accostato): in fondo, un eterno ragazzino, di cui non a caso una delle frasi più celebri è "Vorrei essere ricordato come il primo uomo ad aver vissuto fino a 250 anni". Una carriera lunga cinque decenni e assolutamente straordinaria la sua, tra cinema, teatro e regia e (incredibilmente) un solo Oscar.

Gli inizi di Al Pacino e i capolavori degli anni 70

Nato Alfredo James Pacino il 25 aprile 1940, è newyorchese doc (venuto al mondo a East Harlem e cresciuto nel Bronx) ma con nonni siciliani di Corleone e San Fratello, particolarmente legato alle origini italiane tanto che a 20 anni vive per un periodo in Sicilia: dalle risse di strada e dai mestieri più umili, passando per gli inizi di carriera nel teatro dei seminterrati, entra nel novero dei più grandi attori viventi studiando il metodo Strasberg, la tecnica di recitazione massimamente immersiva che lo fa esordire sul grande schermo col semi-dimenticato "Me, Natalie" di Fred Coe, nel 1969. La carriera decolla subito con Jerry Schatzberg, nome fondamentale della New Hollywood ("Panico a Needle Park", "Lo spaventapasseri"), e soprattutto con Francis Ford Coppola grazie a "Il padrino" (1972), capolavoro spartiacque in cui affianca il monumentale Marlon Brando nel ruolo di Michael Corleone, figlio di un boss mafioso rassegnatamente destinato a una vita di Male e violenza. Riprenderà l'indimenticabile personaggio nel 1974 con "Il padrino  – Parte II" e poi ancora nel 1990 in "Il padrino – Parte III". Nel frattempo, gli anni 70 sono il decennio fondamentale della sua affermazione. Siderali e definitive, sempre mimetiche e preparate meticolosamente, le sue interpretazioni dell'integro poliziotto che lotta disperatamente contro la corruzione in "Serpico" di Sidney Lumet (1973), del rapinatore in "Quel pomeriggio di un giorno da cani", sempre di Lumet (1975), dell'agente che si infiltra nel mondo gay in "Cruising" di William Friedkin (1980).

Da Tony a Carlito

Se Coppola, Schatzberg e Lumet sono i registi che sfruttano meglio le sue capacità in alcuni tra i migliori film del decennio, negli anni 80 e 90 il compito spetta a Brian De Palma e Michael Mann. Il primo gli regala due ruoli da gangster ugualmente di culto: Pacino è l'ambizioso, spietato e autodistruttivo Tony Montana in "Scarface" (1983) e il malinconico Carlito Brigante in "Carlito's Way" (1993), l'uno lo specchio dell'altro in una catena di "cattivi da amare" che da Michael Corleone al Jimmy Hoffa di "The Irishman" hanno regalato lungo 50 anni tutte le sfumature di un talento mastodontico. Tra i tasselli del lungo percorso di Pacino tra villain e (anti)eroi dalle mille sfaccetuature si inseriscono i già accennati ruoli per Mann, il poliziotto Vincent Hanna di "Heat – La sfida" (finalmente faccia a faccia con De Niro: ne "Il padrino – Parte II" non si erano mai incontrati) e il cronista Lowell Bergman di "Insider – Dietro la verità". E ancora, non tralasciamo tra gli altri l'antieroe shakespeariano di "Riccardo III – Un uomo un re" (suo esordio alla regia), il mafioso di "Donnie Brasco", il cattivo di "L'avvocato del diavolo" dove interpreta nientemeno che Satana in persona.

I premi: l'unico Oscar vinto per Scent of a Woman

Come spesso capita ai grandi, dopo un'infinita lista di nomination agli Oscar e puntuali sconfitte, Pacino vince la statuetta piuttosto tardivamente e per un film che non è certo tra i suoi migliori: "Scent of a Woman – Profumo di donna", remake hollywoodiano di un celebre titolo di Dino Risi in cui comunque l'attore regala una bellissima scena di tango sulle note di "Por una cabeza" ed è gigantesco nel monologo finale. In tutto, ad oggi, ha ricevuto 9 nomination agli Oscar, 18 nomination ai Golden Globe di cui 5 vittorie, 3 nomination agli Emmy di cui 2 vittorie, 5 nomination ai Bafta di cui una vittoria, il Leone d'Oro alla Carriera, due Tony Award, due Screen Actors Guild Award, due David di Donatello.

Il rilancio con Tarantino, Scorsese e Hunters

Dopo il ruolo del granitico allenatore in "Ogni maledetta domenica" di Oliver Stone, gli anni 2000 segnano un innegabile declino nella carriera di Pacino, che pure resta prolifica ma con una diminuzione dei ruoli da protagonista ("Insomnia", "S1m0ne", "Manglehorn") rispetto a quelli da comprimario, costretto a cedere la scena alle nuove leve. Di recente, però, l'attore è tornato in grande spolvero. Prima con un ruolo minore ma significativo nel cast all star del nostalgico "C’era una volta a… Hollywood” di Quentin Tarantino, atto d'amore al cinema dei tempi in cui Pacino iniziò a recitare. Poi, il vero grande ritorno con il ruolo di Jimmy Hoffa nel funereo ultimo film di Martin Scorsese, il già citato "The Irishman", al fianco di De Niro e Joe Pesci. E ancora, di recente Pacino si è fatto notare pure in tv (ma non è la prima volta, ricordiamo almeno l'intenso ruolo del malato di Aids in "Angels in America"), con "Hunters", in cui interpreta il capo di un gruppo di cacciatori di nazisti nella New York del 1977.

La vita privata di Al Pacino

Chiudiamo con una parentesi sulla vita sentimentale di Pacino, che forse pochi conoscono. L'attore ha una figlia, Julie Marie, nata nel 1989 da una storia con l'insegnante di recitazione Jan Tarrant, e due gemelli, Olivia Rose e Anton James, avuti nel 2001 dall'attrice e cantante Beverly D'Angelo, a lui affidati dopo un lungo contenzioso legale. Pacino non si è mai sposato, ma ha avuto relazioni con diverse colleghe (Jill Clayburgh, Tuesday Weld, Marthe Keller, Carol Kane, Diane Keaton, Penelope Ann Miller, Madonna). Le ultime storie note sono con Lucila Polak  (la mamma dell'attuale fidanzata di Leonardo DiCaprio Camila Morrone) e Meital Dohan, che lo ha mollato definendolo "tirchio". Qualche difetto, del resto, potrà averlo pure lui.