Tre sono le cose che non devi toccare agli italiani sui social. Il calcio, Matteo Salvini e Checco Zalone. Se le prime due le davamo tragicamente per assunte, vere e certificate, è la terza che francamente ci ha sorpreso. Mettiamo a parte gli scherzi, perché c'è poco da ridere. Dopo l’opinione di Adriano Biondi, pubblicata sulle pagine di Fanpage.it, in relazione alle dichiarazioni del comico e regista di “Tolo Tolo” al Corriere della Sera, fioriscono nei confronti del nostro collega ingiurie ed epiteti di qualsiasi tipo e genere.

Eppure il pezzo sembra abbastanza bilanciato. Sottolinea come ci sia qualcosa che non va nell’autoassoluzione del comico barese, che nel corso di quella intervista individua come la vera piaga del nostro secolo, “la psicosi da politicamente corretto” che taccia di razzismo la sua “Immigrato”. Dichiarazioni che hanno un po’ ricordato altri tempi, quando "gli immigrati" eravamo noi meridionali. Quel “Non sono razzista, sono loro che sono napoletani” dell’onorevole Gino Ramaglia, interpretato da Francesco Paolantoni, in uno sketch di tanti anni fa (quella, sì, era satira).

Tantissimi lettori però non hanno capito il punto e, con il loro atteggiamento, hanno confermato in buona parte quanto scritto in apertura dal nostro Biondi, secondo cui il dibattito in Italia è ormai “un calderone in cui ogni opinione, pensiero o concetto finisce per essere amalgamato in una sorta di brodo onnicomprensivo, che rende indistinguibili fatti, opinioni, idee sensate e vere e proprie scemenze”. Si può non essere d'accordo su un tema, ci mancherebbe. Eppure, proprio i commenti sotto a quel post hanno paradossalmente legittimato l'analisi del collega Perché, se a un’opinione argomentata e ragionata in quel modo si replica con robe tipo: “e fattela na risata, giornalista d'assalto e scribacchino di sinistra”, allora siamo messi davvero male.

Ho provato una sensazione di estremo disagio nel rileggere quei commenti. È sempre più evidente la sensazione di vivere in una continua Royal Rumble. Un "tutto contro tutti" che è figlio della totale assenza di spirito critico, del continuo aleggiare dello spettro del declassamento sociale. In soldoni: è quella paura fottuta di perdere quel poco, pochissimo, che ognuno è riuscito a guadagnarsi che ci frega e si abbatte a catena su ogni livello del nostro vivere. Anche e soprattutto nel dibattito pubblico. E la colpa non è la nostra, non è di Adriano Biondi e, forse, non è nemmeno di Checco Zalone.