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Asia Argento: “Non reciterò più, non ne ho voglia, forse non l’ho mai avuta”

Figlia d’arte, bambina prodigio e moglie d’arte, Asia Argento è tornata dietro la macchina da cinepresa e, in un’intervista a Curzio Maltese su Repubblica, rivela che questo passaggio potrebbe essere una scelta definitiva: “Mai più attrice, forse qualche volta, per soldi”.
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A cura di A. P.
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E' in un'intervista a Curzio Maltese su Repubblica che emerge un nuovo profilo di Asia Argento, figlia d'arte, moglie d'arte, bambina prodigio, con un Davi di Donatello in tasca a soli 18 anni. Oggi Asia fa la regista, professione alla quale ha deciso di dedicarsi, a quanto pare, a tempo pieno. Ed in occasione dell'uscita del suo terzo film "dall'altra parte" della cinepresa, ovvero Incompresa (nel quale è tornata a collaborare con Gabriel Garko), citazione di un film di qualche decennio che commosse in tantissimi, confessa qualcosa che pare insolito ascoltare, se non fosse che si sta parlando proprio di lei, sempre e volutamente al di fuori di ogni schema: "Tornare alla cinepresa è stato bellissimo e mi ha fatto capire che è questo che voglio. Non reciterò mai più. O forse sì, qualche volta, per soldi. Di fare l'attrice non ho davvero più né voglia né fantasia e forse non l'ho mai avuta".

E' solo l'incipit di un lungo scambio di impressione, una complessiva riflessione sul senso e il ruolo che il cinema ha assunto oggi, o forse cui non è più capace di assolvere come faceva un tempo. Per Asia Argento, che ha diretto nel suo ultimo lavoro una Charlotte Gainsbourg con cui ha avuto una grande complicità (non fosse per altro che per una certa coincidenza di vicende biografiche), il cinema italiano si è sostanzialmente arrestato nel 1975 "Con Teorema di Pasolini. Poi ogni tanto nascono film perfetti, come Gomorra di Garrone, ma sono eccezioni".

La sua visione di cinema è irrimediabilmente di stampo politico, ed ecco la differenza con quanto accadeva nei decenni trascorsi, ovvero non esiste più una concezione comunitaria del cinema, quella sensazione che a contribuire alla riuscita di un buon film siano tutti coloro che quel film lo realizzano.

Si è perduto il senso del lavoro collettivo, per questo non siamo più grandi. Non soltanto nel cinema. Ma qui in particolare, perché questo è davvero un lavoro collettivo. In fondo il cinema è l'unica forma di comunismo ben realizzato. Per fare grande un film serve in eguale misura il lavoro di tutti, dalla costumista al regista, dagli attori agli operai, ai tecnici del suono. Questo senso della fabbrica collettiva, dove tutti sono importanti, i De Sica, i Fellini, i Pasolini l'avevano, forse anche per formazione politica e ora non esiste più

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