La première del film “Cristo si è fermato ad Eboli”, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi e diretto dal pluripremiato regista napoletano Francesco Rosi, si teneva a Roma il 22 febbraio del 1979 e, come tuti i suoi più grandi lungometraggi, suscitò l’interesse della critica specializzata. Levi nel film è interpretato dal leggendario Gian Maria Volonté. Pittore, scrittore e medico di Torino, l’uomo viene condannato al confino, nel 1935, per i suoi ideali antifascisti, e inviato ad Aliano (nel film, Gagliano), un paesino sperduto della Lucania. Una volta lì, si ritrova in una realtà totalmente diversa da quella di Torino, quindi arretrata, contadina, permeata ancora da superstizioni e credenze popolari. Eppure Levi finisce con l’affezionarsi ai contadini, all’arciprete, a Giulia (Irene Papas), la donna di servizio, anche se è sempre tenuto sotto controllo dal Podestà (Paolo Bonacelli), fervente sostenitore di Mussolini. Dopo i successi militari in Africa e l’amnistia, Levi torna a Torino ma ricorderà per sempre quelle persone così semplici ma così genuine e pure d’animo.

Lo specchio del divario culturale, politico e sociale tra Nord e Sud

Il film fu presentato al 32esimo Festival di Cannes e ci mostra perfettamente il divario culturale, politico e sociale che c’era all’epoca tra Nord e Sud, il primo “tecnologicamente” avanzato e tutto permeato dall’ideologia fascista mentre il secondo quasi immobile, abbandonato a se stesso, immune al progresso in tutti i campi e dominato dalla Natura, sfolgorante e meravigliosa ma spettatrice di una società quasi medievale per cultura e tradizioni. Il treno di Levi ferma ad Eboli, ultima stazione che fa da spartiacque invisibile tra le due realtà che in lui, comunque, saranno perfettamente in armonia.

La Natura sfolgorante del Sud  e i valori della civiltà contadina

Naturalmente Rosi, grazie alla fotografia di Pasqualino De Santis, alle musiche di Piero Piccioni e alle scenografie di Andrea Crisanti, ci porta in un Sud che, seppur arretrato e dimenticato, è un “posto” fenomenale, la sua casa, il suo faro e così ci regala panoramiche mozzafiato, volti sensazionali, valori puri e immortali incarnati dalla civiltà contadina che non ha mai perso la sua dignità e di cui Gian Maria Volontè, suo attore feticcio e amatissimo, si fa testimone e portavoce. Un film che ha lo stesso valore di un documento storico di enorme importanza, che portò a casa 2 David di Donatello (Miglior film e Miglior regista) e anche il BAFTA a Miglior film straniero.