Giulio Manfredonia è il regista de “La nostra terra”, pellicola arrivata nelle nostre sale nel 2014 e ispirata alla nascita delle cooperative agricole sorte sui terreni confiscati alla mafia. Manfredonia racconta la storia di Nicola Sansone (Tommaso Ragno), proprietario di un podere nel sud del nostro Paese che viene confiscato dallo Stato e assegnato a una cooperativa, che però non riesce ad avviare l'attività per inspiegabili boicottaggi. In loro aiuto viene inviato Filippo (Stefano Accorsi), un uomo che si occupa di antimafia al Nord, ma che comunque si troverà impreparato e, addirittura, con la tentazione di mollare tutto. Non lo farà perché, col tempo, si affezionerà alle persone della cooperativa, in particolar modo a Cosimo (Sergio Rubini), l’ex fattore del boss e alla bella Rossana (Maria Rosaria Russo). In un susseguirsi di colpi di scena, al boss Nicola Sansone vengono concessi i domiciliari. L’antimafia, quindi, dovrà fare veramente l’impossibile per riuscire a trionfare. Ecco 5 curiosità sulla pellicola che non sapevate.

1. Il regista si è ispirato alla storia di "Libera" di Don Ciotti

Giulio Manfredonia ha rivelato di essersi basato sulla storia dell’associazione di volontariato “Libera”, di Don Ciotti che si occupa, come anche tante altre in Italia, si occupa di riabilitare le aree confiscate alle mafie.

2. Gli attori hanno lavorato realmente la terra

La lavorazione della pellicola si è svolta realmente in un appezzamento di terreno, in Puglia e Stefano Accorsi ha raccontato che tutti gli attori, lui incluso, hanno lavorato veramente la terra, con un caldo asfissiante. Ciò è servito, però, a fargli capire quanto sia faticoso quel tipo di lavoro e quanto rispetto bisogna avere per coloro che lo svolgono tutti i giorni.

3. Il volontariato e la mafia trattati in chiave umoristica

Manfredonia ha voluto trattare temi delicati come il volontariato e la mafia in chiave anche ironica proprio come avviene nei film “La mafia uccide solo d’estate”, di Pif e “Terapia e pallottole”, diretto da Harold Ramis.

4. La analogie con la cooperativa di Mesagne

Il regista ha dichiarato che, oltre a “Libera”, ha avuto modo di visitare altre cooperative ed è stato colpito soprattutto da una che si trova a Mesagne in cui si è verificata la stessa situazione raccontata nella sua pellicola, con un boss agli arresto domiciliari e un bene confiscato.

5. I cellulari sul set non avevano campo

Tutti gli attori e la troupe hanno lavorato in estrema serenità e molto assiduamente ma c’è un motivo di fondo che non va assolutamente sottovalutato: i cellulari non avevano campo.