Adriano Celentano è, probabilmente, il cantante italiano più amato di sempre e lo dimostra anche il recente successo dell’album “Le migliori”, realizzato in coppia con Mina. Nella sua carriera ha venduto più di 200 milioni di dischi ma i suoi fan lo amano alla follia anche per i suoi film. Il Molleggiato compie 80 anni il 6 gennaio e, nella sua lunghissima carriera, ha girato ben 43 film, di cui 4 da regista, e in molti casi si è trattato di veri e propri blockbuster che ancora oggi tengono incollati al televisore milioni di spettatori. Ma perché non smetteremmo mai di guardarli? Qual è il segreto del loro successo?

I “musicarelli” e lo spartiacque “Serafino”.

Il primo film girato da Celentano è stato “I ragazzi del juke-box”(1959) di Lucio Fulci, seguito da “Dai Johnny dai!”(1959), diretto da Paul Landres e Piero Vivarelli e “Juke box – Urli d’amore”(1960), di Lucio Fulci, dove cavalca sapientemente l’onda dei “musicarelli”, tanto in voga in quel periodo, in cui si fondevano musica, moda e tematiche giovanili, soprattutto legate alla sfera sentimentale e al lancio discografico dell’artista del momento. Il successo era assicurato e, dopo un cameo ne “La dolce vita”(1960), di Federico Fellini e il suo esordio alla regia con “Super rapina a Milano”(1964), arriva “Serafino”, di Pietro Germi a fare da spartiacque. Nel film, Celentano è Serafino Fiorin, un pastore stralunato ma molto fortunato con le donne. Anche sua cugina Lidia (Ottavia  Piccolo) e la prostituta Asmara non resistono al suo fascino “agreste” (ripreso anche in futuro in altri film) ma la situazione degenera quando Serafino eredita tutti i beni di una sua zia e il padre di Lidia gli chiederà le nozze riparatrici. Il film già racchiude molti dei segreti del successo di Celentano. “Serafino”, infatti, ci porta in un’atmosfera che non esiste praticamente più. Pura, incontaminata, dove i sentimenti contavano veramente e, naturalmente, tutti erano magnetizzati da quel pastore ribelle e un po’ tonto, ma dal cuore d’oro, che vive in maniera semplice, libero da qualsiasi vincolo, tanto diverso dai lobotomizzati e grigi cittadini, assuefatti dalla routine della metropoli. Ovviamente si ride tanto ma l’effetto nostalgia è sempre dietro l’angolo.

“Yuppi du” e il vero senso della felicità.

Dopo l’eccezionale “Rugantino”(1973), diretto da Pasquale Festa Campanile, in cui c’è anche Claudia Mori arriva al cinema “Yuppi du”, il film musicale del 1975 di cui Celentano è regista, produttore, interprete e autore delle musiche. Nel film è nei panni di Felice Della Pietà, un uomo umile che, dopo il suicidio della moglie Silvia, decide di risposarsi. Un giorno, però, la moglie ricompare e che, a sua volta, si è risposata e vive una vita lussuosa con un altro a Milano. Felice tenta di tornare con lei, ma ormai la donna è assuefatta dalla ricchezza e , anche se lo ama, decide di non tornare con lui ma si porta via la loro figlia, dandogli in cambio 45 milioni di lire. Il film ottenne un enorme successo di pubblico anche perché, come al solito, Celentano sapeva unire il divertimento puro a spunti di riflessione più profondi, stavolta incentrati sull’importanza  (nel bene e nel male) del denaro, sul vero senso della parola felicità, dando vita ad un altro personaggio originale e fuori da qualsiasi schema, al bivio tra un rivoluzionario e un tradizionalista. Tragedia e commedia si fondono, sempre in maniera surreale, e sono incorniciate dalla sua straordinaria colonna sonora, in cui primeggia proprio il brano “Yuppi du”. A chiudere gli anni ’70 in bellezza ci pensano i film “L’altra metà del cielo”(1977), di Franco Rossi, in cui recita accanto a Renato Pozzetto; il suo terzo film da regista, “Geppo il folle”(1978) e il divertentissimo “Mani di velluto”(1979), dei suoi amici Castellano e Pipolo, in cui interpreta il finto “ladro per amore”, Guido Quiller, accanto ad una splendida Eleonora Giorgi.

Il segreto dei cult: Da “Innamorato pazzo” a “Segni particolari: bellissimo”.

I film che non smetteremo mai di vedere sono, decisamente, quelli degli anni ’80. Si parte da “Il bisbetico domato”(1980), in cui interpreta il ruolo dell’agricoltore Elia, burbero e solitario, la cui vita sarà sconvolta dalla bella e viziata Lisa (Ornella Muti), che farà di tutto per conquistarlo. Nel 1981, è la volta di “Asso”, in cui è un giocatore incallito che trascura la moglie (Edwige Fenech) ma che tornerà in vita per proteggerla dopo che alcuni giocatori lo uccidono per rabbia. C’è poi “Innamorato pazzo”(1981), con Ornella Muti nei panni di Cristina, figlia del re Gustavo di Saint Tulipe, a Roma in missione diplomatica. Il re è venuto nella Capitale a chiedere un grosso prestito per risanare le finanze del suo piccolo Stato, ma la principessa si annoia e, un giorno, sfugge ai controlli e si ritrova su un autobus guidato dal folle e affascinante Barnaba Cecchini (Celentano). Infine, “Segni particolari: bellissimo”, in cui è Mattia, scrittore/playboy che vorrebbe mettere la testa a posto e che finirà nella rete di seduzione della sua giovanissima vicina Michela (Federica Moro), che tutti credono essere la sua figlia illegittima.

Tutte queste pellicole appena citate sono dirette sempre da Castellano e Pipolo, i quali, con un pilastro come Celentano, hanno dato vita a dei personaggi che sono una sorta di “Serafino 2.0”, finti burberi dai grandi sentimenti, solitari e amanti della vita di campagna in contrapposizione allo snobismo di città  e, proprio lo stesso artista dichiarò che, per la loro caratterizzazione, si era ispirato a grandi del cinema come Marlon Brando e Clark Gable. Il segreto di così tanto clamore? Le trame semplicissime, le battute al fulmicotone, i non sense, i silenzi, le pose, gli atteggiamenti, lo stile anticonformista di Celentano, tutti elementi che ormai parte della storia del cinema e, soprattutto, i film girati con la bellissima Ornella Muti, vere e proprie favole moderne dove contavano gli sguardi e gli incontri e dove i cellulari non esistevano, in cui l’alchimia tra i due era tangibile e piaceva follemente al pubblico che riempiva le sale.

La svolta animalista di “Bingo Bongo”.

Altro esperimento riuscito alla grande è il cult “Bingo Bongo”(1982), diretto da Pasquale Festa Campanile. Celentano è una sorta di “Mowgly” perché interpreta il ruolo di un uomo che, da piccolo, sopravvive ad un disastro aereo e viene allevato da un branco di scimmie in una foresta pluviale del Congo. Riportato a Milano alcuni decenni dopo, Bingo Bongo s’innamora della dottoressa Laura (Carole Bouquet). Quando Bingo Bingo scappa per la città, allora inizieranno le sue vere (dis)avventure. Qui la tematica sentimentale e il genere comico si fondono a quella animalista ed ambientalista, senza perdere mai lo smalto della satira e dell’ironia che hanno reso i film di Celentano catalizzatori d’interessa popolare. Le sue ultime pellicole sono state “Lui è peggio di me”(1985), di Enrico Oldoini; “Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì”(1985), il suo ultimo film da regista; “Il burbero”(1986), di Castellano e Pipolo e “Jackpot”(1992), per la regia di Mario Orfini, ma i gusti del pubblico ormai stavano cambiando e i personaggi e le gag del Molleggiato, probabilmente, erano rimaste negli anni ’80.