Frank Darabont, il 6 dicembre del 1999, portava nelle sale di Westwood, in California, quello che sarebbe poi diventato un grandissimo successo della cinematografia mondiale, Il miglio verde (The Green Mile). Darabont ci riporta nella Louisiana del 1935. Qui, Paul Edgecomb (Tom Hanks), agente di custodia nel braccio della morte nel penitenziario di Cold Mountain e alcuni colleghi, sorvegliano i detenuti condannati alla pena capitale e hanno il compito di accompagnarli verso la sedia elettrice attraversando il corridoio chiamato il “miglio verde” per il colore della pavimentazione in linoleum. Tra questi, c'è John Coffey (Michael Clarke Duncan), un gigante di colore colpevole dell'omicidio di due bimbe. I suoi comportamenti gentili e affabili, però, sono in netto contrasto col suo aspetto e proprio Paul avrà modo di verificare personalmente che John ha qualità sovrannaturali in grado di guarire le persone. Paul inizia a ricredersi, quindi, anche sulla sua colpevolezza, ma ormai il destino per Coffey sembra già segnato.

La storia di un angelo punito dalla giustizia umana

Frank Darabont decise di portare al cinema l’omonimo romanzo in sei puntate di Stephen King, scritto nel 1996, proprio come già accaduto con il suo straordinario Le ali della libertà (1994), basato sempre su un racconto dello stesso celebre scrittore. L’ambientazione è sempre la prigione, ma stavolta il regista porta la sofferenza direttamente in un inferno senza alcuna via d’uscita, mescolando il dramma a tematiche mistiche, sovrannaturali e anche religiose. La storia del gigante Coffey – interpretato da Michael Clarke Duncan (venuto a mancare il 3 settembre 2012) – è raccontata da un vecchio Edgecomb con un lungo flashback. L’uomo è una sorta di angelo caduto dal cielo e punito erroneamente dalla giustizia sommaria dell’uomo, che non riesce più a distinguere adeguatamente il bene dal male ma è proiettata verso una medievale caccia alle streghe bieca e crudele.

La pena capitale, vero elemento horror del film

A differenza di quasi tutti gli altri film basati sui romanzi di Stephen King, non a caso definito da sempre "maestro del brivido", ne Il miglio verde il sovrannaturale non sfiora mai la dimensione horror, anzi, è inteso in chiave positiva, spirituale. Le scene in cui Coffey assorbe ed espelle il male altrui sono forti ma liberatorie, mentre i veri “demoni” sono i colleghi di Edgecomb/Hanks (vedi il perfido Percy/Doug Hutchison), esecutori sadici e senza scrupoli che sono più maligni degli effettivi condannati a morte. Frank Darabont è fenomenale nel toccare le corde giuste per arrivare dritti al cuore e allo stomaco con una forza dirompente, scagliandosi, naturalmente, anche contro la pena capitale, vero elemento“horror” della pellicola.

4 nomination ma nessun Oscar

Il miglio verde non fu solo un successo di critica ma anche commerciale. Il film riuscì a portare a casa 4 nomination agli Oscar (Miglior film, Miglior attore non protagonista a Michael Clarke Duncan, Migliore sceneggiatura non originale  e Miglior sonoro) ma non ne vinse neanche una. In compenso, al botteghino mondiale gli incassi raggiunsero la cifra di circa 287 milioni di dollari.