Il Festival di Cannes è appena iniziato e c'è grande fermento nel presentare i film che concorrono all'ambita palma dorata. La kermesse cinematografica francese vede tra i film in concorso "Il Traditore" di Marco Bellocchio, il cui protagonista è uno dei più amati e applauditi attori italiani: Pierfrancesco Favino. L'attore ha rilasciato un'intervista al settimanale Vanity Fair in cui rivela alcuni dettagli del ruolo che ha dovuto interpretare e confessa di aver fatto di tutto per ottenere questa parte.

Disposto a tutto per avere la parte

Che Pierfrancesco Favino sia un attore poliedrico e carismatico è un dato di fatto, una di quelle certezze su cui poterci mettere la mano sul fuoco. Non ci si aspetterebbe, quindi, che sia lui a rincorrere un ruolo da interpretare, un ruolo non facile che comporta la necessità di trasformarsi, di prendere le sembianze non di un personaggio di fantasia, creato dalla penna di uno sceneggiatore, bensì un personaggio reale, che attinge dalla storia, dalla cronaca. Ecco che Favino si immerge nella storia recente, si fa guidare nel catturare l'essenza di un individuo come Tommaso Buscetta, un boss, un pentito, un uomo la cui storia è raccontata nel nuovo film di Marco Bellocchio, "Il Traditore". Nell'intervista rilasciata a Vanity Fair, Favino racconta di come è riuscito ad ottenere questa parte, facendo qualcosa che mai aveva fatto in anni di carriera:

Sentivo che non era stato proprio convinto dal mio primo provino. Sapevo che non era andato come volevo. E il fatto che non mi telefonasse nessuno era tutto tranne che un buon segno. Ero consapevole che avrei potuto giocarmela meglio e sono ricorso a una mossa a cui non mi ero mai appellato nella vita. Non volevo dirmi “non hai fatto tutto quello che potevi per raggiungere il tuo obiettivo”. Quindi l’ho incontrato e gli ho detto “Marco, vorrei convincerti che posso interpretare questo ruolo.

Favino nei panni di Tommaso Buscetta

A quanto pare il regista emiliano non ha potuto fare a meno che affidargli la parte, di cui Favino si dice soddisfatto, essendo la sua prima partecipazione al Festival di Cannes, che rappresenta quindi un traguardo importante, come rivela il protagonista di "A casa tutti bene" : "È una bandierina messa su un percorso sudatissimo. Al traguardo arrivo nel momento giusto per me. Studiare forse ti rallenta, ma io volevo intraprendere un percorso, trasformare le nozioni in sfumature". Sì, Pierfrancesco Favino ha studiato e anche tanto per interpretare al meglio un ruolo che poteva non essere suo, ha studiato per assimilare certi meccanismi così lontani dal mondo quotidiano, per rendere veritieri certi modi di esprimersi, di comportarsi, anche solo di parlare, ma ha studiato soprattutto per capire:

Esiste una distinzione netta tra mentalità mafiosa e Mafia. La mafia è l’organizzazione criminale, ma la mentalità mafiosa che non esiste solo in Sicilia, sopravvive da secoli ed è diffusa ovunque. Non ho mai creduto alla tra Buscetta e Falcone, ma credo si rispettassero. Il loro è il rapporto tra due predestinati. “Bisogna solo decidere chi muore per primo” dice il boss al giudice. Sa di cosa parla.

Eppure vestire i panni di un mafioso non è cosa semplice, bisogna trovargli delle briciole di umanità, delle debolezze, quelle caratteristiche che lo rendano vicino nella sua incolmabile distanza, ad un uomo qualunque e Favino a questo proposito rivela: "Buscetta è pervaso dalla vanità. È terrorizzato dall’idea di invecchiare. È alla perenne ricerca di uno status. Non a caso uno dei suoi miti è Gianni Agnelli". Un'umanità di cui l'attore romano è pieno, quella stessa umanità che gli ha permesso di interpretare lo straniero sofferente e rabbioso di Koltès sul palcoscenico di Sanremo lo scorso anno e che, sicuramente, gli avrà reso possibile giostrarsi in questo ruolo tanto agognato.

Il 23 Maggio, ricorrenza della Strage di Capaci, il film verrà presentato in anteprima al Festival di Cannes, entro la fine del mese dovrebbe essere distribuito nelle sale. Non resta che aspettare l'uscita ufficiale de "Il traditore" per poter godere della bravura di Favino, dell'occhio arguto di Bellocchio e della rappresentazione filmica di un pezzo di storia che l'Italia non dimentica, ma non ricorda mai abbastanza.