9 Luglio 2011
16:00

Il ventaglio segreto – La recensione

Amicizia, amore e speranza. Sentimenti racchiusi nelle storie di quattro donne, in due epoche diverse per tradizioni e cultura, ma unite dagli stessi ideali che restano intatti negli anni.
A cura di Ciro Brandi
Gianna Jun, Li Bingbing, Wayne Wang

Wayne Wang  (“Un amore a 5 stelle”, “Il mio amico a quattro zampe”) dirige questo emozionante film drammatico – il cui titolo originale è “Snow Flower and the Secret Fan” – ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice e giornalista cino-americana Lisa See. I protagonisti sono Li Bingbing, Gianna Jun, Archie Kao, Vivian Wu e Hugh Jackman.

La pellicola si apre sulla Cina del XIX°secolo. Due ragazze, Fiore di Neve e Giglio Bianco, legate per l’eternità. Le due subiscono nello stesso giorno la crudele usanza della fasciatura dei piedi, così vengono isolate dalle loro famiglie senza poter comunicare con nessun altro, come vuole la tradizione cinese nei confronti delle donne. In realtà queste riescono a comunicare attraverso la scrittura di una lingua segreta, la “nu shu”, nota anche come “lingua delle donne”, impressa tra le pieghe dei ventagli bianchi di seta. Quello stesso fortissimo legame sarà vissuto da Nina e Sophia, due loro discendenti, nell’odierna Shangai, che proveranno in tutti i modi di coltivare la loro amicizia contro tutto e tutti.

Nel film, molta attenzione è dedicata alla pratica del bendaggio dei piedi: con una fascia lunga tre metri, le madri delle bimbe cinesi comprimevano e ripiegavano loro le dita fin sotto la pianta del piede, lasciando fuori solo l’alluce. Il dolore era insopportabile e durava per anni. Il fine era quello di far restare i piedi piccoli, ostacolando quindi il normale processo di sviluppo e crescita degli stessi. Ma non si trattava solo di una questione estetica:  questa pratica (detta del “Loto d’Oro”), garantiva il completo controllo dell’uomo sulla donna, dato che queste, dopo il rito, erano impossibilitate a camminare. Solo così potevano sperare in nozze “convenienti”, resistendo al dolore e non uscendo di casa.

Le due storie procedono su binari ed epoche diversissime tra loro, ma i sentimenti restano uguali: speranza, amore, amicizia, mostrati con eleganza e finezza. La sceneggiatura (del premio Oscar Ron Bass) è ben scritta, anche se in alcuni punti (soprattutto nella seconda parte) risulta un pò pesante e incerta. La stessa incertezza la troviamo anche in alcune scelte registiche non proprio azzeccate: il fatto di passare continuamente da un’epoca all’altra infonde alla pellicola un fastidioso senso di confusione che non fa altro che rallentare il ritmo della narrazione, impedendo lo sviluppo lineare e compatto delle vicende. Le scene sono girate quasi tutte in interni. Meravigliosi i costumi, peccato per gli splendidi scenari naturali della Cina dell’800, lasciati quasi totalmente fuori, forse perché il regista ha preferito puntare l’attenzione sulle storie personali delle protagoniste.

E’ emozionante comunque assistere, soprattutto, alla sorta di “fiaba” riguardante Fiore di Neve e Giglio Bianco, così pura, coraggiosa, incurante delle tradizioni e del bigottismo cinese, fino a sfiorare il rapporto omosessuale, ma mai inteso in senso strettamente fisico. Attraverso le storie di amicizia delle quattro donne, Wang  costruisce un sentiero che ci mostra l’evoluzione spirituale e mentale di un intero paese. Le donne diventano, da schiave o oggetto dei mariti, persone indipendenti ed emancipate.

I punti deboli sono quindi l’eccessiva pesantezza della seconda parte e il fatto di non sfruttare appieno alcuni elementi caratteristici, soprattutto della Cina del passato.  Anche lo spazio riservato a Hugh Jackman è molto limitato, ma nei pochi minuti in cui è in scena, affascina con la sua bravura, in questo caso, soprattutto canora. Il finale è alquanto prevedibile e consolatorio, ma la pellicola, considerata nell’insieme di tutti i fattori, è piacevole e godibile.

Voto: 6 ½

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