Il capolavoro assoluto della filmografia del “piccolo diavolo” del nostro cinema, “La vita è bella”, usciva esattamente 20 anni fa, il 20 dicembre 1997. Roberto Benigni è il regista, lo sceneggiatore (con Vincenzo Cerami) e si riserva Il ruolo dell’italiano di origini ebree, Diego Orefice, che nel 1939 viene deportato con la moglie Dora (Nicoletta Braschi) e il figlio (Giorgio Cantarini) in un campo di concentramento nazista. Una volta lì, farà di tutto per cercare di esorcizzare l’incubo dell’Olocausto e non farlo vivere al piccolo Giosuè, facendogli credere di essere concorrente di un “gioco” con un grandioso premio finale.

Il dramma sotto forma di favola

Portare al cinema il tema dell’Olocausto non è mai stato facile ma il folletto Benigni, nel 1997, lo ha fatto con una maestria fuori dal comune.  Inizialmente, “La vita è bella” era stata concepita come una pellicola comica, visto il successo riscosso con “Johnny Stecchino”(1991) e “Il mostro”(1994), ma successivamente, il regista cambiò rotta, raccontando il dramma sotto forma di favola, evitando il rischio di offendere in qualsiasi modo la memoria dei sopravvissuti. Il film è nettamente diviso in due parti e nella prima, ambientata ad Arezzo alla fine degli anni ’30, c’è tutta la solita goliardia e l’allegria dell’eclettico artista fiorentino, con l’amore infinito per la sua Dora (Nicoletta Braschi) e per il suo bambino, Giosuè (Giorgio Cantarini). Nella seconda parte, invece, la favola viene spezzata o, quantomeno, paralizzata dall’avvento delle leggi razziali e allora il registro cambia e Benigni da voce alle atrocità subite da milioni di ebrei, facendolo a modo suo, con un tocco leggero, disincantato ma facendo un rumore simile a quello di una bomba atomica, colpendo direttamente allo stomaco gli spettatori. La spensieratezza, il romanticismo la fiducia, l’amore e la famiglia della prima parte lasciano spazio alle freddezza del lager, alle persone ammassate e tutte uguali, al “gioco per la sopravvivenza” organizzato da un padre per il figlio, che si concluderà, comunque, con la vittoria dell’amore sul male, della rinascita di quell’uomo attraverso suo figlio.

Il gioco collettivo della vita

La tragedia non diventa mai parodia o, peggio ancora, pericolosa satira, ma viene rappresentata con la maschera di cera della goliardia, di un gioco in cui nemmeno gli adulti conoscono appieno le regole, ma fingono di saperle a memoria pur di non far soffrire i più piccoli. Guido/Benigni avverte e vive un dolore immenso intorno a sè ma anche gli altri deportati fanno finta di essere partecipanti al suo gioco per preservare l’innocenza del bambino e dare un nome e un volto diversi a quell’atroce realtà. La riuscita ottimale di un progetto così ambizioso è stata merito anche di una squadra d’assi fenomenale, ad iniziare dalla sceneggiatura, fatta di dialoghi semplice ma di un impatto che ha dell’incredibile, per proseguire con le musiche di Nicola Piovani e poi con la fotografia di Tonino Delli Colli, le scenografie affidate a Danilo Donati e ai costumi di Gaelle Allen.

Gli incassi, i premi e gli Oscar

“La vita è bella” è stato un successo clamoroso di critica e pubblico. All’epoca, incassò ben 92 miliardi di lire, risultando il film italiano di maggiore incasso, anche all’estero. Tra le decine e decine di premi vinti, la pellicola ha portato a casa il Grand Prix della Giuria a Cannes;  6 David di Donatello; 5 Nastri d’Argento; il Premio César al Miglior film straniero;  5 Globi d’Oro; 2 European Film Award e, soprattutto, 3 Oscar (Miglior film straniero, Miglior attore protagonista e Miglior colonna sonora a Nicola Piovani). Naturalmente,  per Benigni il film rappresentò la consacrazione a livello mondiale (come dimenticare la storica consegna dell’Oscar dalle mani di Sophia Loren?) ed è, ad oggi, la pellicola italiana più vista al mondo e la più premiata dall’Academy. Praticamente, un pezzo di storia indimenticabile del cinema italiano ed internazionale.