Il 14 dicembre del 1993, a Century City, in California, si teneva la première di uno dei capolavori assoluti del geniale Jonathan Demme, “Philadelphia”.  Il regista assoldò la coppia d’assi formata da Tom Hanks e Denzel Washington per raccontare la storia di due avvocati di Philadelphia, Andrew "Andy" Beckett (Hanks) e Joseph "Joe" Miller (Washington). Il primo è uno dei più brillanti legali del prestigioso studio Wyant & Wheeler mentre il secondo si accontenta di trattare piccoli casi. Durante un incontro con alcuni soci, uno di loro nota sul viso di Andrew delle lesioni causate dall’AIDS e, in seguito, il suo studio, non tollerando la presenza di un loro legale omosessuale e affetto da HIV, s’inventano un licenziamento per giusta causa. Da quel momento, Beckett cerca un avvocato per difendersi, ma nessuno vuole occuparsi del suo caso, tranne Miller. Inizialmente riluttante e pieno di pregiudizi, l’avvocato ce la metterà tutta per far trionfare la giustizia.

Una denuncia contro i pregiudizi e le discriminazioni

Demme, già premio Oscar per la Miglior regia con “Il silenzio degli innocenti”(1991), due anni dopo portava al cinema il “mostro degli anni ‘90”, l’AIDS. Strisciante, inguaribile, male associato quasi inevitabilmente all’omosessualità, caratteristiche rappresentate in pieno da Andrew Beckett/Tom Hanks, bersaglio mobile della società che non vuole altro che alienarlo definitivamente. Il regista vuole denunciare tutto questo, vuole scagliarsi contro i pregiudizi senza retorica o patetismi, servendosi di Joseph Miller/Washington che ne è pieno, inizialmente, ma che poi diventa il suo ariete contro ogni tipo di discriminazione, paure e, soprattutto, contro l’ignoranza dilagante.

Le performance indimenticabili di Hanks e Washington

Tom Hanks perse, gradualmente, più di 20 chili per interpretare il ruolo di Beckett che, nella seconda parte, appare emaciato e schiacciato dalle vessazioni e dal tunnel in cui è finito, portando negli occhi cerchiati tutta la sua sofferenza. L’attore, giustamente premiato con l’Oscar, ci regala una performance dalle mille facce, divertente, fragilissima, commovente, come quando ascolta Maria Callas o quando presenta il suo compagno (Antonio Banderas) in famiglia, oppure quando ostenta una falsa calma in tribunale per difendere i propri diritti. L’altra colonna è Washington, all’epoca già premio Oscar per il film “Glory – Uomini di gloria”(1989), di Edward Zwick, che ingloba nei suoi occhi tutta la società chiusa ed ostica ma che man mano apre le proprie braccia accogliendo ed aiutando il suo assistito ingiustamente messo all’angolo.

Gli incassi e l’Oscar al pezzo cult “Streets of Philadelphia”

Il merito del successo clamoroso della pellicola, capace d’incassare più di 206 milioni di dollari in tutto il mondo, è anche di uno script sensazionale, opera di Ron Nyswaner, delle musiche di Howard Shore e i pezzi “Philadelphia” di Neil Young e “Streets of Philadelphia”, di Bruce Springsteen e, proprio il pezzo del Boss riuscì a portare a casa il secondo Oscar del film alla Miglior canzone. Sono passati 25 anni ma, purtroppo, le tematiche sviluppate da Demme sono sempre e tristemente attuali ed è per questo che “Philadelphia” ci fa sempre riflettere sulla reale evoluzione della società.