Il cinema italiano piange la morte di Carlo Vanzina, scomparso a 67 anni la notte dell'8 luglio presso la clinica Mater Dei di Roma. Il regista che insieme al fratello Enrico (produttore e sceneggiatore) ha creato i cinepanettoni e segnato la storia della nostra commedia, è stato una colonna portante di un filone spesso discusso eppure cult e capace di raccogliere immensi successi al botteghino. Fanpage.it ha intervistato Chiara Francini, che nel 2012 recitò per Vanzina nel film “Buona giornata”, racconto corale di un'Italia spesso viziosa e corrotta, ma sempre comica, con un cast composto da Christian De Sica, Diego Abatantuono, Lino Banfi, Vincenzo Salemme, Teresa Mannino, Tosca d’Aquino, Maurizio Mattioli, Paolo Conticini.

Nel 2012 hai recitato nel film “Buona giornata”, con un cast che fu un po' la summa del cinema di Vanzina: di quell'esperienza e del regista hai un ricordo particolare o un aneddoto? 

L'ho conosciuto facendo quel film. Per quello che è stata la mia esperienza, posso dire che era un uomo di profondo garbo, colto, di grande caratura ma anche di una delicatezza abbastanza peculiare per il mondo del cinema. Ricordo una cosa molto bella: prima delle riprese, andammo a casa sua. C'erano Carlo ed Enrico e facemmo una lettura, in una sala con un tavolo enorme. Nonostante non ci conoscessimo, mi arrivò questa sensazione di grande armonia, come ci fosse da parte sua la volontà di farmi da subito partecipe di un progetto comune. L'invitarmi nella loro casa, a prendere un tè mentre parlavamo e leggevamo, fu qualcosa che mi toccò, un atteggiamento che poi ho ritrovato sul set. Carlo non urlava mai, aveva chiarissimo in mente come doveva essere girata una scena, credo sapesse già come il film dovesse essere montato, non perdeva tempo, come un pittore che sa quello che deve dipingere e ha una grandissima manualità con la sua tecnica. Girare con grandi attori come quelli di "Buona giornata" può essere difficoltoso, ma non fu così. Penso fosse dovuto, oltre che alla stima di tutti nei confronti di Carlo, a questa armonia, a questa serenità. Ricordo anche anche girai una parte del film a Firenze, la mia città: vennero i miei genitori e lui fece assistere loro a una scena. Era un uomo che quando ti chiedeva "Come stai?", te lo chiedeva per davvero.

Sei rimasta in contatto con Carlo Vanzina in questi anni? 

Assolutamente sì, ci scrivevamo, gli avevo fatto sapere quando è uscito il mio primo romanzo (Non parlare con la bocca piena, uscito nel 2017, ndr). Quando una persona mi colpisce o quando nutro della stima, è una cosa che mi porto dietro e con Carlo è successo questo. C'era un rapporto di stima e gentilezza, autentica.

Eri al corrente dello stato di salute del regista?

Purtroppo no, non lo sapevo. L'ho saputo anche io dai comunicati ufficiali della famiglia (Vanzina è morto a causa di una grave malattia; "Ha lottato per mesi come un leone", ha ricordato l'amico e collega Carlo Verdone, ndr).

Tu oggi sei un volto importante della commedia italiana contemporanea: come pensi che sia stata influenzata dal cinema dei Vanzina, che da sempre raccoglie dalla critica giudizi molto diversi di quelli del pubblico?

Io credo che alcuni film che hanno fatto i Vanzina siano veramente indimenticabili e che nessuno come loro abbia saputo descrivere gli anni 80. I film dei Vanzina sono stati amati tantissimo. La critica è importante, però, per esempio – per quel che riguarda la mia esperienza di autrice – sono felice quando ci sono recensioni belle, ma la più grande gioia è quando vedo che al pubblico legge e ama il mio romanzo. Ci deve essere una sinergia tra le due cose, ma quello che veramente ti scalda e che credo sia davvero importante è che un film venga visto e venga amato. Carlo Vanzina è stato un regista che ha fatto dei film le cui battute si citano a memoria, con personaggi con tratti netti – il ricco, il povero – ma che hanno sclerotizzato e descritto gli anni 80 in una maniera perspicace, un po' come prima era successo con Fantozzi.

Ci può essere ancora un cinema come quello di Vanzina nel futuro della commedia?

I tempi cambiano, inevitabilmente, e noi dobbiamo cercare di capire ed essere capaci di osservare, anziché di ripetere stilemi che erano adattissimi agli anni 80. La commedia italiana è stata grande e deve continuare ad esserlo, ma con mezzi diversi. Per raccontare la commedia e l'Italia, bisogna essere grandi osservatori. È l'occhio che racconta e tratteggia in modo personale, bisogna che ci siano sceneggiatori e registi (non necessariamente i registi devono essere anche autori) capaci di guardare la realtà e le sue trasformazioni per provare a rifare questa commedia italiana che ci ha reso grandi.