Sono già passati 35 anni da quando Non ci resta che piangere usciva nelle nostre sale, precisamente il 20 dicembre 1984, diventando negli anni un cult assoluto del genere. Benigni è l’insegnante Saverio mentre Troisi è il bidello Mario, grandi amici da sempre che, mentre si trovano fermi ad un passaggio a livello nella campagna toscana, si lasciano andare a confidenze reciproche. Saverio è preoccupato per sua sorella Gabriella, molto depressa dopo essersi lasciata col fidanzato americano. Improvvisamente, la loro auto ha un guasto e i due sono costretti a pernottare in una sperduta locanda. Il mattino seguente, con enorme sorpresa, si risvegliano della Toscana del 15esimo secolo, dove vengono ospitati da un certo Vitellozzo (Carlo Monni), in lotta con la famiglia Del Capecchio, che in cambio gli chiederà aiuto per scrivere una lettera a Girolamo Savonarola. Nel frattempo, Mario conosce e s’innamora della dama Pia (Amanda Sandrelli), invece Saverio, convinto l’amico a partire per la Spagna, tenterà di fermare Cristoforo Colombo, impedendogli di scoprire le Americhe e, quindi, evitare a monte la depressione futura di sua sorella. I due, in Italia, s’imbatteranno anche in Leonardo Da Vinci (Paolo Bonacelli), al quale parleranno delle scoperte del futuro e nella bella amazzone Astriaha (Iris Peynado), intenzionata a difendere Colombo.

Gag e dialoghi surreali nella cornice del viaggio nel tempo

Quando due grandissimi del nostro panorama cinematografico come Benigni e Troisi decisero di mettersi assieme artisticamente, il risultato era più che immaginabile. Infatti, Non ci resta che piangere, titolo preso in prestito da una lettera inviata da Francesco Petrarca a Barbato da Sulmona, è divertimento allo stato puro. La sceneggiatura, scritta in collaborazione con Giuseppe Bertolucci, è solo un canovaccio su cui imperniare le loro improvvisazioni, gag passate alla storia e dialoghi surreali che sono incastonati nella cornice narrativa semplicissima e già usata mille volte al cinema (sempre con successo) come quella del viaggio nel tempo.

Le scene stracult e la squadra di numeri uno

Mario e Saverio si ritrovano rispediti indietro nel tempo e, nella Toscana del 15esimo secolo, scherzano e si divertono prendendosi gioco della contemporaneità con scene indimenticabili come quella della lettera a Savonarola per salvare Vitellozzo, naturalmente ispirata a quella del film Totò, Peppino e… la Malafemmina (1956); quella del passaggio alla dogana, ma anche quelle in cui i due scapestrati hanno a che fare con Leonardo Da Vinci e con l’amazzone Astriaha (più sviluppate nella versione televisiva del film). Naturalmente, vanno menzionati anche tutti quelli che hanno reso possibile la realizzazione di questo piccolo capolavoro della commedia italiana come Giuseppe Rotunno (direttore della fotografia), Nino Baragli (montaggio), Giovanni Corridori (effetti speciali), Francesco Frigeri (scenografie), Ezio Altieri (costumi) e il grande Pino Donaggio, compositore della meravigliosa colonna sonora.

Il successo al box office e il David a Paolo Bonacelli

La critica specializzata si divise, ma Non ci resta che piangere ottenne un enorme seguito al botteghino. La pellicola, infatti, diventò il maggior successo italiano della stagione cinematografica 1984-1985, con 15 miliardi di lire d’incasso. Inoltre, Paolo Bonacelli, grandioso nei panni di Leonardo Da Vinci, portò a casa una nomination ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista.