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20 Gennaio 2016
11:46

La strana sensazione che se ne vadano sempre i migliori

Ettore Scola, David Bowie, Alan Rickman, Glenn Frey, tutta gente che aveva poco in comune, forse niente. Erano solo molto bravi e quando quelli bravi se ne vanno insieme, come l’avessero programmato, viene sempre da chiedersi: “Di nuovi ce ne sono?”.
A cura di Andrea Parrella
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È una pratica usuale decisamente malsana quella di attaccarsi ad una coincidenza, tra i primi sintomi della superstizione, che è la più integralista delle religioni esistenti. Succede, ad esempio, quando si susseguono tristemente quelle perdite eccellenti, una dietro l'altra. Quanto cioè è successo negli ultimi dieci giorni, quando a morire sono stati almeno cinque illustri personaggi del mondo dello spettacolo. Che c'entrano, messi insieme, David Bowie, Alan Rickman, l'anima degli Eagles Glenn Frey o il regista Ettore Scola? Quasi niente, probabilmente avevano poco in comune, forse nemmeno si conoscevano personalmente (o forse sì). Ma a tutti, venendo a mancare, chi li adorasse ha riconosciuto il merito di aver evocato quell'idea di grandezza che è propria dei bravi, la grandezza apparentemente irreplicabile.

Irreplicabile perché la morte si accetta, sì, peccheremmo di qualcosa che si avvicina alla stupidità nel dire il contrario, ma a vedere Ettore Scola morire una settimana dopo David Bowie non si può che cadere nel nostalgico, vestirsi dell'esperienza di vita che non si possiede o che non è mai abbastanza e tentare di stabilire un legame con chi è andato via tramite il ricordo, perché sia il tuo di passato a non risultare vano. E a quel punto inizi a credere che le epoche, gli aneddoti quotidiani su cui il tempo si ammanta trasformandoli in leggenda, siano irripetibili; ti convinci che la gente brava, di talento, come quella che ti hanno insegnato fosse brava ed ha appena lasciato questa terra, non possa ritornare, sia incapace a riprodursi e ritrovare suoi simili nel presente così come nel futuro.

Naturalmente non è così, ogni tempo avrà i suoi miti perché è il tempo stesso a richiederne e perché per i grandi non c'è un criterio di selezione matematico: le persone li eleggono, semplicemente succede. Tutti noi, qui, abbiamo bisogno di elaborare i lutti a modo proprio. Quello di pensare che chi se ne vadano sempre i migliori è uno di questi.

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