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11 Febbraio 2014
14:34

Shirley Temple vittima di punizioni e critiche, la dura vita di un ‘enfant prodige’

I primi difficili passi nel mondo del cinema scanditi da dure punizioni e aspre critiche. Il peso di un divismo non voluto e delle aspettative accolte quasi inconsapevolmente. Ecco cosa si cela nel percorso umano di una delle “enfant prodige” più apprezzate al mondo.
A cura di Eleonora D'Amore
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La storia dell'enfant prodige più famosa di Hollywood ebbe inizio il 23 Aprile del 1928 in California, dove nacque Shirley Jane Temple (morta oggi 11 febbraio 2014), terza figlia di George Temple e di sua moglie Gertrude. La madre aveva avuto sogni di gloria irrealizzati nel mondo della danza e, come spesso accade, proiettò sulla figlia le sue ambizioni e soprattutto le sue "frustrazioni". A soli tre anni la piccola Shirley fu iscritta agli Ethel Meglin Dance Studios in Hollywood, dove fu seguita da due talent scouts per conto di uno studio minore, chiamato Educational Films. Quest'agenzia la bloccò con un contratto di due anni, programmandole ben 26 short films, otto dei quali fecero parte di una serie intitolata Baby Burlesks, che la stessa Temple descrisse come "uno sfruttamento cinico della nostra innocenza infantile", che "occasionalmente fu anche razzista e sessista". Il regime della Educational Studios ben presto fu associato al concetto di sfruttamento dell'infanzia: sembra che le prove avessero una durata di almeno due settimane e che non venissero regolarmente retribuite, mentre ogni film veniva poi realizzato in tempi record per risparmiare sui costi di produzione, a volte anche in soli due giorni.  Per ogni bambino prodigio dalla condotta opinabile dicono esistesse un "punishment box", ovvero un recipiente contenente un grande blocco di ghiaccio nel quale veniva immerso a "rinfrescarsi le idee" e a meditare sul suo oltraggioso comportamento.

Il carattere ribelle della piccola Shirley la penalizzò a tal punto da ricevere frequenti punizioni, come ballare in stato cagionevole o addirittura con i piedi feriti. Quando la Educational Films presentò istanza di fallimento, George Temple rilevò il contratto di sua figlia per pochi spiccioli e si girò altrove per capire dove far fruttare questo "bene prezioso" dal corpo agile e dalla faccia sveglia. Con la Fox le cose cambiarono e non di poco, sia dal punto di vista organizzativo, in proporzione agli sforzi richiesti ad una piccola star di soli cinque anni, sia per quanto riguarda i compensi, che lievitarono in pochi anni e gratificarono (almeno materialmente) il suo percorso artistico. Ma per molti problemi archiviati, ne arrivarono altri ben più gravi. Aspre furono le critiche e le pressioni alle quali fu sottoposta la "piccola principessa" del cinema internazionale, tra le quali anche un'accusa di incitazione alla pedofilia a causa di un'ostentata tendenza al "lolitismo", proveniente dallo scrittore Graham Greene:

Il caso della signorina Temple, tuttavia, è d'interesse peculiare: per lei l'infanzia è solo un travestimento, il suo appeal è più segreto e più adulto. Già due anni fa era un bel bocconcino (la sua infanzia, secondo me, si è conclusa con La piccola ribelle). In Capitan Gennaio indossa i pantaloni con la matura coscienza di una Dietrich: il culetto elegante e già ben sviluppato si dimena nel tip-tap, gli occhi in tralice ti cercano con maliziosa civetteria. Adesso, in Alle Frontiere dell'India, con quel gonnellino corto, è davvero uno schianto! Guardatela mentre corre tra le baracche indiane; ascoltate l'affannoso respiro di eccitazione dei suoi attempati spettatori quando il sergente la solleva in alto; osservate con che disinvoltura professionale squadra un uomo, con fossettine di depravazione. Sentimenti d'amore e di passioni adulte filtrano attraverso la maschera dell'infanzia, un'infanzia che è soltanto un velo. Tutto ciò è molto astuto, ma non può durare. Se i suoi ammiratori – signori di mezza età ed ecclesiastici – soggiacciono alla sua ambigua civetteria e alla vista del suo corpicino ben fatto e desiderabile, che trabocca di una smisurata vitalità, è solo perché la storia e la sceneggiatura alzano una barriera di sicurezza tra la loro ragione e il loro desiderio.

Una stella che ha iniziato a brillare troppo in fretta, che è stata privata della sua infanzia e della sua adolescenza a causa di un gioco pericoloso, del quale beneficiavano tutti tranne che lei. Il restituirle le luci della ribalta come se fossero l'unica ricompensa voluta, bramata da quegli occhi brillanti e da quelle gambe in costante movimento, da quel sorriso così beffardo e irriverente, che altro non celava che la sua tenera inconsapevolezza. Cresciuta troppo in fretta, è vero, data in pasto ad un sistema che si è fatto senza dubbio pochi scrupoli e che, fino alla fine, le ha riconosciuto poco rispetto al valore inestimabile che la piccola Shirley è stata in parte "costretta" a donargli: il valore di un'età perduta, trascorsa a tentare di emozionare ancor prima di capire cosa esso rappresentasse davvero.

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