Opinioni
20 Maggio 2015
17:41

“Tacchi alti obbligatori per entrare in sala a Cannes”, scoppia la polemica

Tacchi alti obbligatori per entrare nella Salle Lumière a Cannes. Una polemica su un fantomatico regolamento esplosa ovunque, cavalcata dalle star e dalla stampa internazionale. Il direttore Frémaux smentisce di aver dato questo ordine. Ma anche se fosse tutto vero perché in una serata di gala ci si dovrebbe vestire senza cura?
A cura di Sabina Ambrogi

Il tappeto rosso di Cannes è la passerella più importante del mondo in questo momento. Nelle serate di gala alle quali si accede con inviti (durante il giorno ci sono vari sistemi di accesso) è previsto dal regolamento stesso del festival un dress code, un codice di abbigliamento, esplicito solo per gli uomini: abito scuro, camicia bianca e papillon. Tuttavia, per la proiezione di Carol del regista Todd Haynes, sembra che un gruppo di donne sui cinquanta sia stato respinto perché non indossava i tacchi alti, giudicati adeguati per l'ingresso. Alcune di loro, sembra, con problemi di salute. La notizia è stata data (ma non si sa quanto condita, visto che non si riportavano testimoni diretti) dal giornale inglese screendaily.com.

C'è sicuramente una parte di verità, e molto più probabilmente si tratta di un eccesso di zelo dei butta fuori, subìto anche da chi scrive questo articolo. Davanti alle transenne del tappeto rosso e della famosa montée dei 36 gradini che dà accesso alla salle Lumière delle grandi occasioni, c'è sempre un folto gruppo di controllori composto da donne e uomini, di giorno, vestiti con dei completi color tortora, di sera di nero. Ti bloccano, controllano l'invito e se hai o meno il badge della stampa. La sera, controllano (tra le altre cose) che gli uomini abbiano il papillon e un completo scuro. La storia dei tacchi obbligatori delle donne, a quanto pare è sembrata una novità di quest'anno che ha fatto reagire tutta la stampa internazionale, i social, ma soprattutto le star che hanno minacciato varie azioni di protesta: Benicio del Toro ad esempio voleva fare il suo ingresso in tacchi alti e Emily Blunt con ballerine. Altri hanno fatto presente che Isabella Rossellini (presidente di giuria della prestigiosa sezione “Un certain regard”) indossa solo ballerine. Di vero c ‘è che la notizia o la mezza notizia era troppo ghiotta da non essere cavalcata da parte delle stesse star: quale occasione gratuita di mostrarsi politically correct! Troppo ghiotta per la stampa on line, per non parlare dei social. Ciascuno a prendersi la sua piccola vetrina. Cosicché il mondo intero si è riversato in commenti e accuse di maschilismo al festival.

“Smentisco di aver mai suggerito un regolamento del genere”, si è infatti affrettato a dire il direttore Frémaux. E c'è da crederlo: una delle trame che tengono unito tutto il festival di Cannes 2015, è proprio la posizione delle donne davanti e dietro la macchina da presa. Sempre troppo poche. Un'accusa che ritorna ogni anno a torto o a ragione al direttore, tanto che dopo una protesta firmata da 1800 intellettuali, nel 2012, quest'anno la risposta è stata più significativa. Dal film di apertura della regista Emmanuelle Bercot, alla Palma d'oro alla carriera a Agnès Varda, e poi la presidente della giuria di Un Certain Regard Isabella Rossellini, e Sabine Azéma alla Caméra d'or, Ronit Elkabetz alla Semaine de la critique. Ma c'è stato anche il coinvolgimento di Women in motion, della fondazione Kering, in cui con le star si fa il punto sulle donne nel cinema. E' difficile immaginare che Frémaux, dopo questi sforzi si sarebbe poi perso in una sciocchezza simile.

La questione ormai esplosa apre però un tema interessante: perché no un dress code anche per le donne? E' vero che è difficile stabilire cosa sia elegante o meno per una donna. Ad esempio esistono delle ballerine particolarmente costose e chic e delle scarpe molto alte, cheap e terribilmente cafone. Cosa si calcola allora, il prezzo? E chi giudicherebbe l'eleganza? Gli arbitri davanti alle transenne? Poco importa. La verità è che se anche fosse stato vero, il punto è un altro: se si accetta e si ambisce ad accedere alla Salle Lumière (è difficile ma non impossibile) non si capisce perché non si deve accettare anche un eventuale codice di abbigliamento. Magari codificato, o anche semplicemente lasciato al gusto e alla discrezione della spettatrice, ma che sia però appropriato. Perché si deve rischiare di far entrare in sala persone in canottiere improbabili, sandali da trekking quando basta pochissimo per essere eleganti?

Cannes del resto è tutta una rappresentazione. E' un gioco al quale tutti giochiamo. A partire dal tappeto rosso che è la vetrina dello star system mondiale al di fuori del quale ciondolano turisti di tutte le nazionalità, vestiti come meglio credono. La gente del posto è arrampicata su delle scale e scalette che si portano da casa e che accalcano sui bordi dietro le transenne pur di fare, con i loro smarphone, foto alle star. Soprattutto, in strada si alterna l'incredibile: donne con strascichi e giapponesi in gruppo, uomini in shorts e altri in smoking. E' la fabbrica del cinema. Un tappeto rosso vale un paio di tacchi. Quindi ben vengano se quello è il desiderio. Per vestirsi comodi c'è l'intera giornata. Viva il cinema, allora, e i suoi travestimenti.

[Foto di Jake Guild]

Autrice televisiva, saggista, traduttrice. In Italia, oltre a Fanpage.it, collabora con Espresso.it. e Micromega.it. In Francia, per il portale francese Rue89.com e TV5 Monde. Esperta di media, comunicazione politica e rappresentazione di genere all'interno dei media, è stata consigliera di comunicazione di Emma Bonino quando era ministra delle politiche comunitarie. In particolare, per Red Tv ha ideato, scritto e condotto “Women in Red” 13 puntate sulle donne nei media. Per Donzelli editore ha pubblicato il saggio “Mamma” e per Rizzoli ha curato le voci della canzone napoletana per Il Grande Dizionario della canzone italiana. E' una delle autrici del programma tv "Splendor suoni e visioni" su Iris- Mediaset.
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