7 Giugno 2011
18:32

The tree of life, la sfida di Malick nella nostra recensione

La nuova criptica opera di Terrence Malick “The tree of life”, prevista inizialmente per il 2009, esce con due anni di ritardo, si aggiudica la Palma d’oro al 64° Festival di Cannes e stordisce il pubblico.
A cura di Lucilla Nele
The tree of life

C’è chi dice che non possano esistere vie di mezzo per giudicare questo film, c’è chi, nella propria recensione,  dice che sia un capolavoro, chi dice che si tratti di pura follia megalomane.  In realtà credo che “The tree of life” sia semplicemente un film difficile. Difficile da comprendere, difficile da digerire.

Terrence Malick, regista statunitense, ormai noto per la sua riservatezza ed il suo rifiuto per le luci della ribalta,  torna sugli schermi, dopo anni di silenzio, con l’attesissimo “The tree of life”, e ci sfida. Ci sfida ad entrare nel suo mondo, un mondo apparentemente cupo, riservato, solitario, intriso di buio e cosparso di luce, oppresso dal respiro della morte e protetto dal sollievo della vita.

Fulcro della storia una famiglia texana degli anni cinquanta, la cui vita ordinaria viene spezzata dalla morte prematura del secondo figlio appena diciannovenne.  La tragedia viene vissuta all’unisono da tre diversi punti di vista, quello della madre, tra urla e pianti di dolore, quello del padre, un Brad Pitt dispotico e  autoritario, ma improvvisamente perso di fronte alla drammatica notizia, e quello di Jack/Sean Penn, il primogenito, da adulto, attraverso flashback e ricordi.

Già dai primi minuti di proiezione ci si rende conto di aver cominciato un viaggio inaspettato.  A  far luce sulle scene iniziali immediatamente una citazione tratta dal “Libro di Giobbe”, poi le prime immagini.

Ci si accorge all'istante dell’ encomiabile gestione della fotografia e delle eccellenti qualità artistiche della pellicola.

Ci si comincia ad immergere.

Poi, ad un tratto, tra l’alternarsi dei momenti della famiglia straziata dal dolore per la perdita e  lo snodarsi dei ricordi di vita familiare di un Jack ormai ultraquarantenne e  la cui vita appare percettibilmente allo sfacelo, cominciano a comparire solenni immagini dell’universo,  di una natura in continua evoluzione, una dopo l’altra, senza fiato, vulcani in eruzioni, onde che si infrangono, immagini annegate nell’amaro retrogusto dell’incomprensibile.

E le alternanze continuano, si susseguono le immagini tanto amate dal veterano regista anche nei suoi film precedenti, mani che si stringono di continuo, sorrisi avidi di vita,  musiche maestose e solenni, ma i continui salti improvvisi da un contesto ad un altro, l’alone filosofico estremamente opprimente, la sceneggiatura essenziale e minimalista ed i dialoghi vuoti ed inconsistenti contribuiscono inevitabilmente a perdere il senso del film, più che a trovarlo.

Ciò che a Malick era riuscito magistralmente ne “La sottile linea rossa”, dove prudentemente apriva le porte della sua inestinguibile ricerca dell’essere al pubblico, qui gli sfugge di mano.

In “The tree of life” Malick trascina bruscamente con sé fotogramma dopo fotogramma lo spettatore affannato che cerca di rincorrerlo faticosamente nella sua indagine sul senso della vita, ma che più e più volte resta indietro, esitante, perplesso, a tratti confuso.

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