Sono passati oltre due anni dall’esplosione del #Metoo, il fenomeno che ha travolto il business cinematografico di Hollywood. Forse solo ora però, Woody Allen sta pagando lo scotto di essere finito in quel giro di accuse, proprio mentre erano in corso le riprese del suo ultimo film “Un giorno di pioggia a New York”. Era novembre del 2017. In quei giorni, dal New York Times la notizia dello scandalo Weinstein rimbalzava sui giornali di tutto il mondo. Il caso ha riacceso i riflettori sulla vicenda che ha coinvolto il regista newyorkese e le accuse di molestie sessuali, mosse nel 1992 da parte di sua figlia adottiva Dylan Farrow.

La censura in America

Nonostante Allen non sia mai stato incriminato formalmente, nell’ottobre 2017 l’attore Griffin Newman aveva dichiarato via Twitter di essersi pentito di aver lavorato per il regista, così come altri membri del cast di "Un giorno di pioggia a New York", tra cui Rebecca Hall e Timothée Chalamet, che hanno persino scelto di devolvere i ricavati del lavoro ad associazioni che si occupano proprio di vittime di molestie sessuali, come dichiarato sui loro profili Instagram. Non solo. Ad arginare l’opera del regista sono arrivate anche le controversie con Amazon, il colosso americano che ha prodotto il lungometraggio, che ne ha bloccato l’uscita nelle sale cinematografiche statunitensi, licenziando di fatto il regista da ogni eventuale contratto per il futuro.

Il successo del film in Italia

I legali di Allen sono riusciti comunque ad acquisire i diritti della pellicola e a distribuirla in Europa e nel mondo, in oltre 30 nazioni. Tra le ultime l’Italia, dove il film grazie a Lucky Red è stato un successo, posizionandosi secondo ai botteghini solo dopo Frozen II, con 1 milione 240 mila euro di incassi. Fuori dai confini statunitensi attira e convince insomma, il romanticismo urbano, così come i dialoghi brillanti caratteristici del regista, che offre un omaggio al fascino senza tempo della città di New York. Eppure, in patria, potrebbe non essere mai proiettato.

Il caso simile di Roman Polanski

Un destino simile è quello di Roman Polanski, il regista 86enne di origine polacca, reo confesso dello stupro di una minorenne in California nel 1977. Ila sua ultima opera “L’ufficiale e la spia”, che in Europa ha riscosso un buon seguito nelle sale, è stato censurato negli Usa. Lo scandalo sessuale ad Hollywood sembra avere un peso irreversibile.

La difesa di Scarlett Johansson

“Penso che sia pericoloso manipolare il modo in cui ti rappresenti perché hai paura della reazione che suscita. Questo, a me, non sembra progressista. Sembra spaventoso”. Così Scarlett Johansson, più volte musa di Woody Allen, si è difesa dalle forti accuse che ha ricevuto per essersi schierata in difesa del regista. Una posizione giudicata folle dai media di settore come il Daily Beast, che ha ipotizzato che questa posizione pro Allen potrebbe costarle l’Oscar come migliore attrice, per il quale è al momento considerata tra le favorite, grazie alla sua interpretazione in Marriage Story, il nuovo film di Noah Baumbach, prodotto da Netflix.

Eppure l'attrice non sembra preoccuparsi e in un'intervista a Vanity Fair pubblicata il 26 novembre scorso ha ribadito di non avere dubbi sull'innocenza dell'amico Allen: "Non so niente in più di chiunque altro, mi baso sulla  mia esperienza personale. Woody è un mio amico, gli credo in virtù del nostro rapporto".