Ogni epoca ha i suoi attori simbolo. Sono i volti ma ovviamente anche i ruoli a determinarlo, quella strana capacità di un attore di essere più di ogni altro rappresentativo di un certo periodo. Anna Magnani per il cinema di fine anni ‘40, Sordi per i ‘50, Mastroianni per gli anni ‘60, Monica Vitti per i ‘70 e ancora Troisi o Verdone per gli ‘80. Luca Marinelli è l’attore degli anni ‘10 del nuovo millennio. Lo è già adesso con 11 film sulle spalle di cui solo un pugno realmente noti al grande pubblico. Lo è perché è evidente che il suo corpo, il suo volto ingabbiato tra la tristezza e la follia, e la maniera in cui sceglie i ruoli da interpretare, hanno fatto sì che si imponesse come rappresentante dello spirito di questi anni.

Come si vede in Il Padre d’Italia, film che esce questa settimana e che lo vede protagonista assieme a Isabella Ragonese, Luca Marinelli ha un fisico unico, una sua rigidità che può prendere la forma nervosa ed esagerata come quella dimessa. Nel film di Fabio Mollo è un ragazzo introverso che subisce tutto, specie l’arrivo nella sua vita della cantante incinta di Isabella Ragonese. Lui vive una vita di ordine e piattume, lei non ha regole; lei è eterosessuale, lui omosessuale e il film li costringe a sviluppare un rapporto che non sta nei fatti o negli eventi (viaggeranno insieme dal nord al sud) ma proprio nella recitazione, in come i personaggi (e in particolare quello di Marinelli) lentamente si aprono.

C’è qualcosa nella maniera in cui questo attore riesce ad unire le espressioni caricate del cinema popolare con quelle più misurate del cinema alto che rappresenta molto bene l’industria cinematografica italiana di oggi (e si spera di domani). C’è in lui una sorta di eccitazione dal recitare, una capacità di esagerare in maniera controllata, senza sfociare nell’autoreferenzialità in cui spesso finisce Tony Servillo (capace alle volte di essere più al centro dell’attenzione del suo stesso personaggio), l’impressione di essere il più fomentato di tutti dal ruolo che sta interpretando, il più appassionato a quella storia, anche più del pubblico.

Insomma è facile dirlo ora ma tutto il talento di Luca Marinelli, quello che sta nell’economia di gesti ed espressioni con la quale comunica più dei suoi colleghi, era già evidente nel suo esordio al cinema, La Solitudine dei Numeri Primi, messo da Saverio Costanzo accanto ad Alba Rohrwacher in un ruolo complicatissimo, introverso e difficile da comprendere. Lì Marinelli si gonfia e si sgonfia come una zampogna passando da magro a grasso a seconda degli stati d’animo e delle età ma mantenendo un’incredibile tristezza negli occhi. Solo un anno dopo arriva un altro introverso che nelle sue mani è completamente diverso, il Guido di Tutti i Santi Giorni di Virzì. Poteva sembrare un caratterista bravo nei ruoli intimisti, un tenerone, eppure era chiaro che non fosse come gli altri. In mezzo a quei due film infatti era stato transessuale (irriconoscibile) per Gipi in L’Ultimo Terrestre, e intanto preparava le due parti che l’avrebbero fatto esplodere, i primi due ruoli romani.

L’esplosione per l’appunto è arrivata quando i due film del suo incredibile 2015 hanno di colpo mostrato quanto potesse fare l’opposto dell’introverso e quanto fosse in grado di farlo bene! Lo Zingaro di Lo Chiamavano Jeeg Robot e il protagonista drogato e disperato di Non Essere Cattivo: romani, spacconi, bulli, esagerati e sguaiati eppure nonostante tutte queste similitudini, ancora una volta, completamente diversi l’uno dell’altro. L’esatto contrario di come si presenta davanti alla stampa, in televisione o alle interviste. Chi l’ha visto dal vivo sa che è una persona di pochissime parole, molto difficile da coinvolgere, disponibile ma estremamente calibrato. Non intrattiene nessuno, Luca Marinelli se non quando sta recitando.