Metà storia di mafia, metà storia di antimafia. Prima le imprese, i vanti, i rapporti con i boss, gli amici e i colleghi, la vita in Sud America di Tommaso Buscetta. Poi la decisione difficilissima di diventare un pentito in seguito alla cattura in Brasile. E là dove solitamente i film di mafia classici come Quei bravi ragazzi si fermano, quando cioè il protagonista ha finito la sua ascesa ed è catturato dalla giustizia, Il traditore inizia la sua parte più complicata. Perché per tutto il primo tempo Bellocchio sembra voler dimostrare di essere perfettamente in grado di girare un film di gangster moderno, anche dal buon ritmo e qualche trovata da cinema americano. Nel secondo invece sembra voler dimostrare di essere sempre Bellocchio, il regista che in una storia non è interessato solo all’azione e a ciò che i personaggi fanno, ma soprattutto al senso che hanno le loro decisioni e le loro parole.

In questa maniera Il traditore ha trovato un posto a Cannes. Unico italiano in gara, arriva verso la fine della manifestazione purtroppo per lui in giornate dense di scoperte. La concorrenza ai massimi premi sembrava infatti non particolarmente agguerrita nella prima settimana, solo Pedro Almodovar aveva incantato con Dolor y Gloria. Ora invece il coreano Parasite e il francese Portrait of a lady on fire hanno messo un piede nel palmarès. Il traditore dunque si gioca le sue chances proprio con la sua seconda parte più autoriale, strana e particolare.

Qualsiasi altro regista per raccontare cosa abbia fatto Tommaso Buscetta nel momento in cui ha deciso di collaborare con la giustizia e cosa sia successo intorno a lui, avrebbe optato per poche scene in aula e molte fuori. Il traditore fa il contrario. Invece che fare in modo che i personaggi commentino e quindi riassumano cosa avviene in aula, ci mostra tantissimo dei processi attingendo a ciò che è davvero successo. Come Un giorno in pretura, il film sembra nascondersi e guardare gli eventi senza influire, sembra non impegnarsi per niente e mettere in scena i fatti come sono avvenuti, invece proprio in quell’impressione di invisibilità sta la sua grandezza.

Scegliere cosa far vedere, quali dialoghi rappresentare, addirittura anche quali parti ridicole inserire nel film, quali scambi di battute, insulti e piccinerie grottesche mettere al fianco delle rivelazioni più drammatiche, è materia da grande autore. In più il film ha un’arma pazzesca in Pierfrancesco Favino. Il suo Buscetta troneggia in tutta la prima parte, mentre nella seconda ha un compito ancora più difficile: stare seduto. Pochi attori possono essere così potenti da seduti, muovendo il minimo, recitando il tentativo di Buscetta di non trascendere.

Se non ci avesse messo un’ipoteca Antonio Banderas, ci sarebbe da auspicare per prima cosa una palma a lui, a Pierfrancesco Favino, che di questo film è la testa d’ariete. Grazie a lui Bellocchio si può permettere di rimanere tanto nelle aule senza annoiare, si può permettere di ampliare lo spettro del film raccontando non solo i fatti o le dichiarazioni più clamorose ma anche le più particolari. Grazie a Favino, Il traditore diventa non solo un resoconto della figura e dell’importanza per la lotta alla mafia di Tommaso Buscetta, ma anche il racconto di un uomo che incarna tante contraddizioni italiane. Traditore per motivi di onore e rispetto delle tradizioni, maniaco della famiglia, portatore di un codice saldo, Tommaso Buscetta emerge a tutto tondo.

Non tutto nel film è perfetto però. Una durata eccessiva e il desiderio di colpire in tante direzioni diverse affaticano la visione. Vediamo il rapporto con Giovanni Falcone, vediamo la strage di Capaci, vediamo anche uno strano e fugace incontro con Andreotti, tutto accennato. Sono piccoli pezzi di un grande puzzle che compone la figura di Buscetta ma anche dettagli così forti e interessanti che trattarli di fretta per poi buttarsi di nuovo nelle aule di tribunale lascia l’amaro in bocca.